Recensioni

Collage è il primo capitolo di una trilogia che con Uomo di Pezza e il LeGuiniano Felona e Sorona rappresenta l’apice della produzione de Le Orme, ed è anche il disco che simbolicamente apre il fenomeno del prog-rock italiano. Siamo nel 1971, alle porte di una delle stagioni più fertili e produttive – sia quantitativamente che qualitativamente – della musica italiana. Oggi il trio veneziano siede accanto a Banco del Mutuo Soccorso e PFM a comporre la mitica trinità di un pantheon tutto italiano che comprende nomi come Osanna, Area, Biglietto per l’Inferno e tanti altri ancora. Perché se il coevo krautrock teutonico resta un capitolo a parte, il movimento prog italiano ha poco o nulla da invidiare al Regno Unito, che ne rimane un riferimento diligentemente studiato ma senza più timore reverenziale.
Ecco, lo studio dei modelli: l’approdo de Le Orme al prog non arriva improvviso, ma è piuttosto il definitivo palesarsi di stimoli sedimentati lungo almeno cinque anni di percorso precedente. La produzione del gruppo prima di Collage inizia nel 1966 e si articola attraverso vari cambi di formazione e di registro, documentata grazie a diversi singoli, un esordio (Ad Gloriam nel 1969) e una raccolta non ufficiale (L’Aurora delle Orme nel 1970). In questo periodo embrionale gli indizi su quello che Le Orme diventeranno di lì a poco non mancano, vedi pezzi come Irene, una ballata acustica dalla melodia agrodolce e con un arrangiamento già proto-prog, e un paio di infiltrazioni da musica più “colta” con riprese tra classica e jazz da Bach e Dave Brubeck spesso eseguita in sede live. Nondimeno la cifra principale pre-Collage è un’apoteosi di flower-power derivativa ma molto a fuoco: Fiori e Colori, primo singolo inciso dal gruppo nel 1967 con una line-up cui sopravviverà il solo Aldo Tagliapietra, prende i Traffic e li incrocia con dei Beatles strafogati di acidi, per cui abbondano sinestesie allucinate e una chitarrina ossessivamente lisergica a stemperarne le melodie spensierate. Sulla stessa linea si posizionano Senti l’Estate che Torna (1968), crepuscolare inno beat e soundtrack ideale per andare a farsi le canne sul lungomare di Bibione con un velo di malinconia, e perle che scavallano il surf-rock per gozzovigliare in parentesi di blues storto come Lacrime di Sale. Il trait d’union tra questo inizio psichedelico figlio della flower generation e il progressive che verrà è la voce di Tagliapietra, marmorea e immutabile con il suo diafano falsetto filtrato, che accompagnerà la formazione tra alti e bassi fino al 2009.
La scintilla che porta Le Orme verso nuovi lidi è il celebre concerto all’Isola di Wight di Emerson, Lake e Palmer nel 1970. Una folgorazione che porta il trio veneto ad abbandonare il colorato psych-pop per abbracciare definitivamente il prog. Sul modello ELP (o Quatermass) si assesta anche la formazione: basso, Hammond e batteria rispettivamente di Aldo Tagliapietra, Tony Pagliuca e Michi Dei Rossi. Come gli ELP, nessun chitarrista fisso: Smeraldi, precedente addetto alle sei corde, era appena uscito dal gruppo e i tre superstiti decisero di non sostituirlo. Arriviamo così a Collage, sophomore e nuovo inizio, primo capolavoro e pietra miliare per la musica italiana. Qui il senso melodico che già era presente nei primi lavori del gruppo si arricchisce stabilmente di infiltrazioni classicheggianti. Così si spiega il titolo del disco: un’unione di sacro e profano, musica classica e rock, dove la sutura non è più visibile. Il brano simbolo di questo “nuovo” corso è senz’altro la title track, strumentale overture con la programmatica grandeur della dichiarazione di intenti. È un vero e proprio brano manifesto, somma vettoriale del Rondo degli ELP e delle sonate per clavicembalo di Pietro Scarlatti (vedi la fase centrale, vagamente bachiana nel suo gusto barocco). È l’elevazione al cubo delle ambizioni intellettuali del rock: una musica popolare per nascita, ma ora in grado, tra le teatrali fiabe sinistre dei primi Genesis e le cosmogonie partenopee degli Osanna, di sedersi anche nei salotti più colti.
Pur rappresentando uno dei primi tentativi di prog in Italia, le ambizioni di Collage sono elevate sotto tutti gli aspetti. Oltre all’imponente introduzione suonata, tutti i brani sono molto articolati nella struttura e negli arrangiamenti, lasciando spesso il palcoscenico ad approfondite divagazioni strumentali nella fase centrale per poi riprendere il tema portante in quella conclusiva (Era Inverno, Cemento Armato). Queste cavalcate suonate sono sì sfoggio di perizia tecnica notevolissima, ma anche riuscito tentativo di ricerca: costantemente i tre sembrano sondare i limiti della forma canzone, dilatando i tempi e alternando gli assoli, ma sempre ricollegandosi all’idea di partenza in finali dove i fili si riannodano puntualmente. Non è semplice onanismo preziosista quindi (cosa in cui invece gli ELP occasionalmente cadevano), ma funzionale bravura. Nulla di meno. Così nella divagazione strumentale al centro di Cemento Armato Antonio Pagliuca si siede a tavola col Jon Lord altezza-jappo e firma alcune svisate di Hammond veramente notevoli, in un pezzo che – proseguendo il parallelo con i Deep Purple – è praticamente la Lazy de Le Orme. Oppure in poderose galoppate come Sguardo Verso il Cielo è mirabile una gestione del ritmo, tra crescendo e freni a mano tirati con dolcezza, magistrale e mai violenta. Ma in questo frangente, il pezzo più sperimentale è probabilmente Evasione Totale, con i suoi echi raveliani, l’equivalente di Metamorfosi per il Banco in quanto ad arditezza e risultati raggiunti.
Oltre alle improvvisazione e ai virtuosismi però, ed è quello che permette al disco di superare la dimensione da mera sega mentale per appassionati, ci sono le canzoni: il giro di chitarra di Era Inverno da solo vale intere discografie, così come l’ingresso pianistico di Cemento Armato. Il passo è innovativo anche per quanto riguarda i testi, piuttosto coraggiosi per il periodo. Dal racconto di amori (Era Inverno) e morte (Morte di un Fiore) di una prostituta ai tocchi impressionisti dell’ipnotica (e disossata dalla batteria) Immagini, passando per l’escapismo ecologista di Cemento Armato.
Semplicemente ogni cosa è al posto giusto, senza fratture o forzature. Tutta la bravura – appunto nella tecnica agli strumenti, nel coraggio strutturale e testuale – sembra fluire naturale e spontanea, mai artatamente studiata. Così anche le soluzioni più elaborate e cervellotiche suonano perfettamente integrate in un lavoro al contempo genuino e ragionato. Qui risiede il sottile e prezioso equilibrio di un capolavoro che ha aperto ad altri capolavori, ma che essendo il primo vanta ancora oggi un fascino speciale.
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