Recensioni

Frutto di una sinergia tra il Festival Aperto di Reggio Emilia e il Barezzi di Parma, l’unica data italiana di John Convertino, Joey Burns e della loro banda, al secolo i Calexico, richiama un folto pubblico che viene nella mia città anche da lontano per celebrare i vent’anni dalla pubblicazione di Feast Of Wire: proprio a questo fortunato album del 2003 è dedicata tutta la prima parte del concerto.

A costo di passare per trombone, metto subito le carte in tavola: credo di essere stato al primo concerto italiano dei Calexico in assoluto; ho ricordo un po’ nebulosi, ma direi che era il 1998 o giù di lì e suonarono al Soda Pops se non sbaglio, loro due soli. Eravamo in 15, o poco più. Marcello, un amico con cui poi avrei cominciato a suonare (un po’ di autopromozione, tanto il gruppo è finito da una vita: eravamo i Caboto, trovate tutti i dischi in free download su Bandcamp) lavorava al Sesto Senso, la fonoteca in pieno centro a Bologna. Giravano tanti cd di gruppi nuovi e tra questi Spoke, pubblicato dalla tedesca Hausmusik.

Era musica che sapeva di polvere e di altrove, perfetta per i nostri venti anni e qualcosa, ingenui e luminosi come bandiere tese al vento. Poi The Black Light, con l’iconica copertina neroverde e questo Amerimessico immaginato e tutto interiore che solo dopo molti anni avrei visto con i miei occhi. “Pobre Mexico, tan cerca de Estados Unidos y tan lejos de Dios”, dicono nel paese di Zapata. Ecco, materia per immaginare ce n’era a bizzeffe: anche quando li vidi al Vox di Nonantola, con Shannon Wright ad aprire il concerto in trio proprio con loro due, una rivelazione. Poi, tempo dopo, non rammento quanto, crepe per troppa perfezione e un pericoloso segnale di normalizzazione: il live all’Alcatraz di Milano, strapieno, loro compatti e molto bravi, Vinicio Capossela ospite, la sensazione che tutto fosse diventato più ordinario.

Calexico
Calexico al Teatro Valli di Reggio Emilia, foto di Elisa Magnoni (2023)

Con l’affetto che si porta ai propri ricordi di gioventù o a qualcuno cui si è voluto bene e che passa per la stanza, con uno struggimento che per qualche motivo mi riporta alla mente “Storie di cronopios e di famas” di Julio Cortázar, ho inforcato la bicicletta per i pochi minuti che mi separano dal teatro Valli per immergermi nel passato e sentire che effetto fa oggi sulla pelle l’acqua di questo mare. La riproposizione del disco funziona bene, a tratti benissimo.

In apertura Brian Lopez, che poi sarà parte della piccola orchestra con la sua chitarra elettrica, con un breve set prima in solo poi con tutti i musicisti che saranno dopo sul palco mostra personalità, carisma, ottime doti vocali. La sua proposta si attesta da qualche parte tra Jeff Buckley (le vette che raggiunge talvolta la voce), il Devendra Banhart dei tempi belli, il Tom Brosseau di Cavalier e un folk desertico che parla di infanzie in mezzo alle gang in un paesino dell’Arizona, sino a quando, inaspettata, giunge una cover di Andrea Laszlo De Simone, L’Immensità. Un breve intermezzo con una versione mariachi di Ring Of Fire a intrattenere i numerosi presenti (il teatro è pieno in ogni ordine) e poi si parte verso un paese reale e immaginario: Calexico.

Calexico
Calexico al Teatro Valli di Reggio Emilia, foto di Elisa Magnoni (2023)

Il piatto che viene servito è quello di cui ricordavamo il sapore e di cui ci siamo nutriti con voraci cucchiaiate: profumi tex-mex, canzone di frontiera, stupore di pellicola, soundtrack morriconiana, jazzettino, country, epica del viaggio e della distanza e tutta la musica degli interstizi, che l’amore è una cicca raccattata da terra in bocca a un cowboy con gli stivali distrutti dall’usura. Quando gli ingredienti sono saporiti e dosati con sapienza la pietanza è squisita, complice un’arte che si è affinata bene nel tempo.

La band è un sestetto dove a Joey Burns a voce e chitarra e John Convertino alla batteria si uniscono tastiere (non di rado in funzione di basso), chitarra elettrica e le preziose presenze dei polistrumentisti Martin Wenk e Jacob Valenzuela: si avverte subito che il meccanismo è oliato alla perfezione. L’interplay è solido, le canzoni respirano, la band gira a mille. E quando i pezzi sono ben scritti e ben interpretati, ogni boccone è delizioso: Quattro-World Drifts In ad esempio è perfetta col suo groove lieve e trascinante e il canto confidenziale e languido di Burns a spalancare panorami assieme alla pedal steel e a sapienti arrangiamenti ritmici e unisoni delle due trombe.

Calexico al Teatro Valli di Reggio Emilia, foto di Elisa Magnoni (2023)

Oppure Not Even Stevie Nicks, semplicemente una canzone con la c maiuscola. Poi però arriva una cover di Love Will Tear Us Apartdi cui sinceramente avremmo fatto a meno. Il caffè servito dalla premiata ditta Calexico è più zuccherato che in passato e i crotali che un tempo mordevano i vaqueros persi in torridi, assolati pezzi ora spesso indulgono al sonno. Quando non allo sbadiglio, come nel caso del pastrocchio che da Guero Canelo evolve (è un eufemismo) Desaparecido di Manu Chao (un errore reiterato da tempo, io lo sento come tale) e El Cuarto De Tula del Buena Vista Social Club.

Siccome parliamo di gente speciale comunque ecco che il jazzettino waitsiano di Crumble ci ricorda di che pasta siano fatti: la band sa essere eclettica, elegante, ha classe e Burns porge la voce con autorità e delicatezza. Maestri nel delineare scenari (Woven Birds, Black Heart), nel suonare credibili e convincenti nel puro calco del sound morriconiano (Close Behind) o del foklore messicano (Across the Wire), sanno ancora regalare il languore e il respiro dei grandi spazi americani (No Doze). Negli anni hanno scelto di togliere spine ai cactus che popolavano la loro arte: pazienza. La resa del classicissimo Minas De Cobre non fa prigionieri. Alla fine, col pubblico in piedi, c’è spazio anche per due bis e la fiesta (non triste, nè solitaria, ma) final di Crystal Frontier.

[La foto gallery completa di Elisa Magnoni]

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