Recensioni

Ho dedicato a questo disco un bel po’ di ascolti,
parecchi in più dei canonici cinque “da recensione”. Più che altro
perché si è rivelato ottima soundtrack per un paio di libri di Cormac McCarthy che andavo leggendo giusto in questi giorni. Adesso che devo scriverne, però, confesso di avere qualche difficoltà. Innanzitutto perché mi spinge alla questione fatale: per quale motivo ho molto amato (e amo) i Calexico? Forse per
la leggerezza e la testardaggine con cui tentavano di teletrasportare la tradizione folk-rock nel raggio d’azione del pop contemporaneo, accogliendone quindi le perturbazioni, la mischia degli stili, quel vago insopprimibile disincanto. Però restando con entrambi i piedi dentro la tradizione, così da non distinguere le inquietudini antiche da quelle contemporanee, mentre olografie mariachi ti spiegano perché i fantasmi della frontiera non moriranno mai.
Detto che nel precedente Garden Ruin (Touch And Go, 2006) i due ex-Giant Sand sembravano vittime del tipico rilassamento di chi ha raggiunto la piena definizione della propria poetica (e un certo meritato successo), il qui presente Carried To Dust celebra al meglio il traguardo del sesto opus, cioè si mette al servizio di un concept con la disinvoltura di chi non ha più nulla da dimostrare né a chi ascolta né tanto meno a se stessi. A rimetterci è l’intensità, che se talora – nell’iniziale Victor Jara’s Hands, nella strumentale El Gatillo – cede il passo ad un manierismo fin troppo accomodante, altrove si consuma nel segno di una strisciante mollezza, tra canzoni-cartoline da un mondo sospeso spedite da un immaginario ex-scrittore hollywoodiano, protagonista del plot che unifica la scaletta.
Alla fine l’effetto è più che adeguato, dalla bruma
sciropposa del singolo Two Silver Treesalla soffice asciuttezza di Slowness(ospite la brava Pieta Brown), da una Fractured Air che scomoda i primi Dire Straitsal valzer a cuore pieno di The News About
William, da una Inspiraciòn che profuma di tacos e tortillas (scritta dal trombettista Jacob Valenzuela, che pure la canta assieme ad Amparo Sanchez degli Amparanoia)
ad una House Of Valparaiso che sdrucciola incanto imbronciato (ai cori Sam Beam degli Iron & Wine). Tutti episodi sorretti da un’eleganza piuttosto formale
sotto cui nondimeno batte un cuore, o almeno la dose minima che è lecito attendersi dalla band di Tucson.
Niente male insomma, però ti resta il rimpianto di quel che Burns e
Convertino sono in grado di. Come del resto puoi sbirciare in Bend To The Road (ectoplasmi desertici di slide, tromba e vibrafono), in Man Made Lake (immaginatevi il caro Gram Parsons e lo Young di On The Beach strapazzati da Cat Power) e in quella Contention Cityche regala un congedo cinematico e jazzy
previo il piccolo aiuto di Mr. Douglas McCombs. Per i Calexico, se volete, si tratta di una splendida normalizzazione.
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