Recensioni

I LAKE sono un piccolo culto per gli amanti dell’indie pop nato nei ranghi dell’altrettanto mitologica K Records. La formazione nasce sotto i dettami del twee, sottogenere caratterizzato da melodie cristalline e un’estetica DIY, cosa che aveva perfettamente senso per una label che abbracciava tanto un’etica indipendente quanto un’attitudine lo-fi. Calvin Johnson, boss dell’etichetta, definiva i Beat Happening come le prime star del twee punk; per Lindsay, Ashley, Kenny ed Eli vale un discorso più rotondo e classico, con liriche sofisticate e arrangiamenti ricercati.
Nel tempo che separa la pubblicazione del precedente Roundelay da Bucolic Gone, la band di Olympia ha abbandonato le sperimentazioni in direzione Stereolab di quel disco per un ritorno alla propria poetica più naturale, fatta di sofisticate delicatezze: un viaggio dall’oscurità alla luce.
L’etichetta non è più la K da un po’, e l’attuale trio formato dai fondatori Ashley Eriksson ed Eli Moore (anche produttore), con Andrew Dorsett – con loro almeno dal 2010 – pubblica ora per Don Giovanni Records. Cambiano le formalità, ma non la sostanza: la loro musica continua a giocare con le sfumature, mescolando jazz, country e psichedelia, il tutto orchestrato con grande raffinatezza.
Nell’eterea Blue Horizon, la band lavora in sottrazione come farebbero i Low, tra dolci arpeggi e atmosfere smaccatamente anni ’80. È uno dei due brani scritti il giorno in cui Ashley Eriksson ha perso il fratello a causa del Covid, e il suo tono malinconico incarna perfettamente la maturazione di un twee pop divenuto adulto. Un’evoluzione evidente anche in Ferrari, dove il tocco nostalgico si traduce in una citazione calibrata di Close to Me dei Cure, mentre la linea melodica cantata da Ashley richiama i Belle & Sebastian – o, più semplicemente, i LAKE nella loro essenza.
In chiusura troviamo l’agrodolce No Wonder I, ripresa dall’album Circular Doorway. Glad Rags vede la collaborazione di Nicholas Krgovich alla voce, mentre Love Is Deeper Now si distingue per il registro nasale di Suver e il trombone di Steve Moore (First Aid Kit, Sufjan Stevens).
Si potrebbe dire che in Bucolic Gone non vi siano picchi, ma solo per accorgersi che, in realtà, non c’è nulla fuori posto: nessun riempitivo, nessun momento superfluo. Tutto è composto con onestà, ispirazione e passione, arricchito da quella maturità che il tempo ha saputo donare. Un modo perfetto per celebrare vent’anni di attività.
Amazon
