The Cure. Dentro l’armadio, fuori dall’underground: “Close To Me”
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Giulio Pasquali
- 22 Luglio 2021
Rispetto alla polarizzata Italia, dove la buona musica straniera andava in classifica di rado (e praticamente mai quella “alternativa”), nell’Inghilterra degli anni ’80 la situazione tra pop e musica indipendente era decisamente più fluida: da noi la morte di Ian Curtis non avrebbe (e non ha) portato Closer nella Top Ten, né Pornography sarebbe mai potuto arrivare ottavo in classifica. Perché comunque i Cure erano un gruppo di un certo peso (il volume dedicato alla band nel 1984 dalla Gammalibri ci dice che ai tempi di quell’album intorno ai Cure lavoravano circa 60 persone), anche prima della trilogia di singoli pop poi raccolta in Japanese Whispers (Let’s Go To Bed, The Walk, The Lovecats, 1982-3), che aveva iniziato ad allargare il loro pubblico, con The Caterpillar (1984) come tappa successiva.
Ma anche in Italia qualche spiraglio c’era e così Close To Me, secondo singolo da The Head On The Door (1985), diventa video della settimana su DJ Television (trasmesso anche nelle versioni col testo e con la traduzione) contribuendo in maniera decisiva al successo del gruppo da noi. Il momento è quello in cui i Cure fanno un decisivo salto verso la celebrità anche nel resto del mondo: l’album nasce infatti all’incrocio tra il gioco col pop che Smith stava portando avanti nel post Pornography e l’entusiasmo perché, col ritorno di Gallup e l’arrivo di due nuovi membri, la band era tornata ad essere un gruppo vero che, contrariamente alla fase metà 1982 – 1984, lavorava collettivamente alla rielaborazione dei demo del cantante.

Anche la canzone nasce a un crocevia: quello tra una base upbeat destinata nell’idea iniziale di Smith a un pezzo leggero, e un testo diverso, la rielaborazione di un’incubo/visione d’infanzia durante la varicella, uno spiraglio di luce dalla porta che agli occhi febbricitanti dell’autore bambino diventa una testa minacciosa (quella che dà il titolo all’album), una visione che si accompagna a un senso di destino incombente, di minaccia continua, che da allora non lo abbandonerà più. L’incubo torna nel periodo di superlavoro tra i Banshees, le tournée dei Cure e la scrittura di questo disco e si materializza in un testo che accenna a una storia d’amore ma anche alla stanchezza di una di quelle giornate che sembrano non finire mai, con l’angoscia sottolineata dall’ansimare ritmico (quello che in Michael Jackson suggeriva un po’ sensualità un po’ la carica e la fatica del ballo e che qui dà invece l’idea di respiro reso corto dall’ansia).
“Vicina a me” sembra infatti un titolo da canzone d’amore, ma è la sera che la voce narrante non pensava “che sarebbe mai stata così vicina” (ossia “pensavo non sarebbe arrivata mai”); inoltre “close” richiama alla mente sia “chiuso” che “closet” (“armadio”) e il video, indimenticabile e decisivo nel far diventare famoso il gruppo, è proprio ambientato in un armadio appoggiato su una scogliera, coi membri del gruppo stipati dentro (piuttosto “close” l’uno all’altro) e impigliati nei vestiti, col mobile che a un certo punto cade dalla rupe nell’acqua che filtra dentro e sommerge i musicisti.

I quali cercano a fatica di suonare: le mani per la batteria (ma ci sono anche nella musica), una tastierina e… un pettine, che insieme a dei mini burattini, danno al video quell’aspetto buffo e vagamente surreale col quale il regista Tim Pope, autore di quasi tutti i clip della band, stempera l’angoscia con la bizzarria (anche se Smith dice che le riprese nell’acqua, effettuate in una cisterna, lo hanno fatto temere per la sua vita), la claustrofobia con un filo di humour.
Canzone, video e album sono stati una tappa fondamentale verso la fama mondiale dei Cure, quell’ascesa che dopo Kiss Me Kiss Me Kiss Me con Just Like Heaven (1987) e Disintegration (1989) culminerà con Wish e Friday I’m In Love, in equilibrio tra lo scavo intimo esistenziale e il pop: Close To Me ne è uno snodo centrale, dove l’equilibrio si verifica nel brano stesso e nel suo iconico e perfettamente calzante videoclip.
