Recensioni

I Laibach e Nietzsche era destino che prima o poi si dovessero incontrare – se non lo avevano già fatto in qualche modo nel passato. Si sa fin troppo bene quanto l’estetica del totalitarismo abbia informato la provocatoria proposta artistica e musicale del collettivo sloveno, e altrettanto come il pensiero del filosofo tedesco di un certo totalitarismo sia stato considerato, a ragione o più probabilmente a torto – forse né l’uno né l’altro e comunque al di là del bene e del male – un precursore.
L’occasione per un incontro a trecentosessanta gradi l’ha data una produzione teatrale del 2016 – diretta da Matjaž Berger per l’Anton Podbevšek Theatre (APT) di Novo Mesto – le cui musiche di scena originali sono adesso raccolte in questo album. A scanso di equivoci, non si tratta della versione industriale del poema sinfonico di Richard Strauss… Ci avevamo pensato noi per primi, e se vi è balenata l’idea in mente, è comprensibile. La suggestione è soltanto sullo sfondo, visti i lampi sinfonici che squarciano il cielo nell’ouverture d’archi Vor Sonnen Untergang e tornano nel crescendo finale in Vor-Sonnen Aufgang, cantata da un soprano. Il programma dei pezzi centrali è in genere parecchio diverso: la formula di Ein Untergang e Ein Verkundiger prevede un collage di frasi ad effetto estrapolate dal testo di Nietzsche e ripetute come mantra post-industriali – certo, in modo molto lasco e non assillante, lasciando che la musica proceda e incalzi tra effetti strascicati, colpi di percussioni e metallofoni da film horror (Ein Untergang), oppure, più che nella proverbiale danza marziale laibachiana, nella sua conversione in qualcosa di più dubbato e psichedelico, una sorta di minaccioso trip-hop (Ein Verkundiger).
Poi ci sono gli strumentali tout court, paesaggi techno-ambient industrial dai contorni mutanti (Von Gipfel zu Gipfel) o dal crescendo nervosamente sottile (Die Unschuld I), e man mano che ci si avvicina verso la conclusione la recitazione dei passi niezstchiani sale di tono e di ritmo insieme alla partitura, che si fa più incalzante: è il caso di Als Geist e Die Unschuld II, forse il brano migliore di questa serie e, tra tutti, quello che dà più l’idea di una progressione, insieme magari allo stridente raid finale di Von den drei Verwandlungen, una coreografica escalation di rumori e dissonanze di varia natura. Non possiamo valutare questa colonna sonora nell’ambito dello spettacolo ma presi singolarmente su disco, questi pezzi hanno comunque una loro definizione e coerenza.
Conosciuti per le pose marziali e le sceneggiate massimaliste, i Laibach si piegano a un lavoro più di fino e atmosferico che confonde – bene – le acque tra ambient, elettronica, industrial, musique concrète e soundtrack orchestrale, che certo molto ha in comune con le architetture acustiche degli Einstürzende Neubauten (viene in mente l’ultimo album Lament), e che altrettanto certamente poteva tirare fuori il meglio come il peggio dall’ineffabile band slovena, e invece tira fuori il mestiere e l’intelligenza.
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