Recensioni

Era dal 2006 che i Laibach non si presentavano con materiale nuovo, da quel Volk che rivisitava i canti popolari di mezzo mondo e dunque anche lì non era tutta farina del loro sacco. Per trovare un disco di inediti vero e proprio bisogna tornare indietro al 2003, a WAT, lavoro a cui Spectre si riallaccia se non altro per la pochezza musicale di queste 14 tracce.
Non che sia un disco sconclusionato, ma la formula industrial pop degli sloveni è ormai usurata. Ci sono buoni episodi, specie quando i Laibach flirtano con l’EBM (l’hit dancefloor The parade, Eat liver con qualche ricordo della teatralità di Foetus) o con il marziale, vedi la marcetta pop di Whistleblowers che prova a coniugare industrial e Adam & the Ants, però arrivano anche tamarrate piene di synth bombatissimi come No History, roba che potrebbe remixare Skrillex e che segna qualche skip di troppo in scaletta.
Ok, il fascino dei Laibach non è mai stato prettamente musicale ma legato al discorso politico, però anche qui le cose cambiano, non necessariamente in meglio. Se negli anni ’80 e ’90 l’attenzione e l’estetica del gruppo era fortemente incentrata sui temi dell’ideologia e del totalitarismo, con relativo cortocircuito mediatico nella natale Yugoslavia che li ha spesso equivocati come filo nazisti, ora l’approccio alla materia politica è più diretto, di protesta. Si va dalla resa del sogno europeo (Eurovision) alla glorificazione dei nuovi eroi digitali Snowden, Assange & co. passando per le speranze di una nuova politica e di un mondo migliore (No History e Korean), argomenti certo condivisibili ma affrontati con toni un po’ generalisti e con discreto ritardo sul pezzo (della serie occupy Wall Street and judge the intentions of those we don’t trust).
Arriveranno in Italia ad aprile per alcune date live. Forse quello è il momento giusto per capire se i Laibach hanno ancora benzina in corpo o se, come suggerisce Spectre, si è accesa la spia della riserva.
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