Recensioni

Nato da un gioco di parole insito nel nome stesso della band, Ende Neu (letteralmente “nuovo che sta per finire”), uscito nel 1996 per Mute Records, fu l’album numero sette per il quintetto tedesco Einstürzende Neubauten guidato dal carismatico Blixa Bargeld. Un disco-mosaico composto da frammenti scritti tra il 1994 e il 1996 che non brillò per riscontri positivi da parte della critica, e forse nemmeno del pubblico, ma che segnò una nuova era per il gruppo industrial (che aveva appena dato l’addio al bassista Mark Chung), principalmente a causa della decisione di F.M. Einheit (voce e percussioni della band fin dal 1981, nonché responsabile dell’evoluzione del sound della band) di uscire dalla formazione per mancanza d’interesse creativo nel progetto.
La maggior parte di coloro che si erano avvicinati alla band della Berlino Ovest soprattutto per le sue rivoluzionarie performance con martelli pneumatici e betoniere o per le prodigiose invenzioni di nuovi strumenti musicali ricavati da materiale metallico, rimase un po’ delusa dai toni nettamente smorzati di Ende Neu, così lontano dall’idea di noise e sperimentazione da abbracciare nuovi aficionados legati a una forma di brano più convenzionale e appetibile, scevra da qualsiasi idea di demolizione. Questa forte inversione di rotta portò gli Einstürzende Neubauten a maturare artisticamente pur facendo perdere loro qualche consenso, e a reinventarsi dopo l’allontanamento di Einheit (e prima ancora di Chung) per (ri)cominciare a costruire qualcosa.
La brutale e frenetica Was Ist Ist apre le danze con un’istantanea di ciò che rappresentavano allora Blixa e soci musicalmente, ovvero lo spirito tagliente dell’industrial che grida all’incessante volere dell’essere umano, capace di rendere possibile anche quello che non esiste (“Was nicht ist ist möglich”), e che nella versione inglese incita “Play the music really loud at last, so someone can believe us”. Alla furia iniziale si contrappone solida ed antitetica la dolce ballata Stella Maris, in cui fa capolino Meret Becker – che sarebbe stata tra 1996 e 2000 la moglie di Alexander Hacker – a duettare con Bargeld in un contesto classico, preludio dell’avvicinamento del frontman a lidi più orientati alla poesia, intenzione meglio espressa nella seguente Die Explosion Im Festspielhaus che inneggia al caos. Ci vogliono i quasi undici minuti di NNNAAAMMM per tornare all’ossessiva ripetitività dei testi e dei ritmi, con inserti industriali che dipingono un palco immaginario sul quale il teatrante chitarrista si muove; proseguendo, la title-track riprende l’accostare tipico degli Einstürzende Neubauten di archi e percussioni metalliche, su cui la voce inquietante e cupa si staglia come un’ombra dai contorni appuntiti. Der Schacht von Babel riassesta il tiro su un versante più pacato, che tuttavia preme ancora sul tasto della periodicità.
Sebbene Ende Neu non venga annoverato tra i capolavori partoriti dalla formazione tedesca, è indubbio il fatto che questo album ha segnato una svolta per il quintetto, sia a livello di line-up che di stile, aprendolo a nuove influenze scaturite dall’incontro con la poesia e il teatro e fungendo da ispirazione per altri musicisti, ma anche prestandosi a colonna sonora dei momenti di vita appartenenti a chiunque l’abbia ascoltato e riascoltato fra le mura domestiche.
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