Recensioni

Vuoi per il suo lato oscuro/esoterico, vuoi per quell’indole anarchica capace di esprimersi soprattutto attraverso la musica (si vedano i Negazione, i Nerorgasmo o una realtà come quella di Radio Black Out), la città di Torino continua a fungere da incubatrice per progetti e per artisti dall’identità squisitamente sotterranea: un humus culturale alimentato soprattutto dalle proposte di gruppi e associazioni locali. Ne sa qualcosa il collettivo ALMARE che da sette anni porta avanti una pratica curatoriale finalizzata sì alla promozione di determinati artisti e artist* ma soprattutto alla stimolazione di un nuovo approccio all’ascolto. La volontà di proporre concerti e appuntamenti focalizzati sull’ampliamento dei confini sonori ha portato il collettivo a confrontarsi nel corso del tempo con personaggi artisticamente lontani da etichette e classificazioni monolitiche. E Ziúr è sicuramente uno di questi.
Invitata lo scorso 6 giugno a presentare la sua ultima fatica discografica, Eyeroll, all’interno della sala Cubo dell’Off Topic di Torino, la producer tedesca è salita sul palco insieme al videomaker olandese Sander Houtkruijer e alla cantante gallese Elvin Brandhi (reduce quest’ultima da una delirante jam session veneziana concepita da Baronato Quattro Bellezze in occasione dei tre giorni di inaugurazione della Biennale d’Arte). Inserita all’interno della rassegna Thelisteners.it e curata in collaborazione con Paynomindtous, la serata ha sin da subito catturato l’attenzione del pubblico rovesciandogli addosso tutta la violenza e il malessere insiti nella poetica dell’artista: un impeto viscerale manifestatosi sia attraverso i ritmi ipnotici delle percussioni suonate da Ziúr quanto dalle sperimentazioni canore di Brandhi (debitrici in qualche modo degli insegnamenti di Fever Ray e Alice Glass).

Accompagnato da luci stroboscopiche che ogni tanto squarciavano il buio nel quale si era immersi e dai visual di Houtkruijer – dove ci si poteva perdere nell’esplorazione di boschi notturni, di corpi e di cavità vibranti -, lo show è stato in grado di ricreare un’atmosfera in un certo senso magica poiché intima e inospitale allo stesso tempo: una dimensione straniante nella quale Ziúr ha saputo esprimere tutta sé stessa. Fra suoni affilatissimi, urla profonde e campionamenti stratificati (peccato non aver potuto ascoltare dal vivo la tromba presente in Nontrivial Differential o la chitarra di Lacrymaturity) il live è andato avanti in maniera fisiologica per circa 60 minuti di fila. Caratterizzata anche da momenti un po’ troppo ripetitivi – complici gli interventi vocali di Brandhi che a lungo andare sono diventati difficili da sostenere – la performance ha raggiunto picchi interessanti soprattutto durante l’esecuzione di quei brani dal sapore vagamente Witch house in stile Salem, per intenderci.

Contaminazioni inevitabili a parte, la ricerca di Ziúr denota una genuina urgenza artistica impossibile da soffocare, un’attitudine che si alimenta sondando in profondità terreni familiari ma non ancora del tutto esplorati. Una bella sorpresa per chi non sapeva cosa aspettarsi di preciso, un live potente anche se non privo di qualche perplessità. Volta al termine sulle note di un sapiente DJ set condotto da Chiara Lee, l’evento ha confermato la propensione naturale di Torino (e del suo pubblico) nello scandagliare ciò che si muove nel sottosuolo contemporaneo nell’ottica di studiarlo, comprenderlo e di accettarlo fino a farlo suo.
Amazon
