Recensioni

Uno psicologo americano negli anni dieci del 2000 attingendo a un vecchio censimento ha calcolato che il trenta per cento dei maschi bianchi americani il cui cognome coincideva con una professione (che so, Butcher o Baker o Carpenter) nella vita faceva veramente quel lavoro (e quindi Butcher era davvero un macellaio, Baker un fornaio ecc.). Gli anglosassoni lo chiamano determinismo nominativo. Niente più del vecchio detto nomen-omen dei latini, solo corroborato da dati scientifici come se ci fosse una predisposizione psicologica implicita – ammesso che non si trattasse di semplice onomastica e di tradizione familiare. Sembra una sciocchezza. E probabilmente lo è. Di determinismo dei nomi ha molto più senso parlare quando si tratta di nomi d’arte. E quindi non c’è solo destino ma scelta. E si parla di una professione sì ma in un certo senso di fede. Un esempio: Perry Farrell. Che letto tutto attaccato in inglese suona come peripheral – periferico. Amore per i margini, per ciò che è strano, inusuale. Se c’è un filo conduttore per tutta la vicenda dei Jane’s Addiction parte proprio da qui. Dalla periferia.
Oltre che un gruppo tra i più sagaci del tempo in cui hanno dato il meglio di sé, gli amici di Jane sono stati degli aggregatori stilistici, dei catalizzatori – magnifici –, dei trasformatori di energia presa da più parti e convogliata verso un linguaggio che con il suo eclettismo finiva per guadagnare i crismi della novità. E degli aggregatori anche culturali, veri, che hanno portato le periferie – proprio – rumorosamente al centro della scena. Profeti-visionari-flaneurs, anticipatori di tendenze di massa e potremmo dire tranquillamente creatori di una di queste. È tutto lì; nel voler fare della periferia stilistica il centro, dei piccoli culti del rock degli anni ottanta – punk, dark, funk-core e neofreak – un esperanto in voga tra un pubblico più ampio-trasversale; nel voler far nascere dalle diverse subculture ai margini della musica pop un correntone capace di creare a suo modo un’alternativa di successo al solito mainstream – se non un nuovo mainstream a tutti gli effetti.
Come i Jane’s Addiction abbiano saputo creare uno stile identitario e fare di quell’alternativa un genere, addirittura istituzionale, è stato più volte raccontato dalle voci degli stessi protagonisti. Si può partire dall’inizio, cioè da quando il diciassettenne Simon Bernstein decide di provare lasciarsi alle spalle agi e tragedie familiari (il suicidio della madre, che getta un’ombra cupa su un’infanzia altrimenti privilegiata, con un padre gioielliere amante della bella vita) e di mollare Miami per Los Angeles. Parte senza un soldo sul solito bus Greyhound deciso a farsi una nuova vita nel cuore della bohème californiana.
Per i primi mesi fa vita di spiaggia dormendo in una macchina e surfando nell’oceano, si mantiene con qualche lavoretto e debutta nel mondo dello spettacolo imitando Mick Jagger e David Bowie in un club. Si esibisce in playback ma a casa decide di voler comunque provare a cantare davvero. Si esercita più o meno per un annetto lì, da solo, e trova anche il modo di fare anche i primi esperimenti con gli effetti che in seguito diventeranno parte integrante del suo stile. La prima band seria, gli Psi Com, satelliti di quell’universo goth e death rock di cui il nostro Perry si è infatuato dopo il suo arrivo in California (gruppo che, a memoria, qualcuno ha anche citato in un libro sul post-rock). Nessun vero album vero all’attivo ma il loro pubblico ce l’avevano e li ricordiamo anche tra i protagonisti di uno show nel deserto – il famoso Gila Monster Jamboree – insieme a Redd Kross, Meat Puppets e Sonic Youth.
Perry a un certo punto molla perché quel giro dark non gli basta più, vuole qualcosa di più e di diverso, vuole “il rock”. La band che vorrebbe Perry somiglierà di più ai Red Hot Chili Peppers – in piena ascesa con la loro miscela di funk e hard rock – e ai meno conosciuti Thelonius Monster di Bob Forrest, un bizzarro patchwork di stili tra hardcore, funk e ballate folk con una voce che ricorda addirittura Bob Dylan. Due band che in quel momento stanno infiammando l’underground losangelino mentre da tutt’altra parte, nei locali del Sunset Strip, impazza il glam metal con cui i nostri avranno ben poco da spartire.
La storia del gruppo che Perry Farrell aveva in mente prende finalmente avvio grazie all’incontro a tappe di quattro musicisti dai look, dalle età e dai background diversi che si riveleranno incredibilmente complementari. Perry, il surfista dark con la faccia truccata di bianco e i dreadlocks. Eric, punk nell’aspetto e new wave nello stile. Stephen, percussionista stile afro, in testa e sui tamburi, anche se cresciuto a pane e heavy metal. E Dave, che si definisce un hippie convertito allo speed metal. Se le band nascono in genere da persone che hanno in comune gli stessi gusti, i Jane’s Addiction si caratterizzano da subito come un insieme proficuo di contrasti – armonizzati sì da una visione folgorante e caustica che brucia i vecchi steccati musicali e corrode le paratie stagne arrugginite tra sedicenti generi aprendo falle da cui far passare torrenti di fresca creatività.
Farrell è il frontman e il direttore musicale. Avery compone delle linee di basso belle e incisive, che sono spesso il cuore dei pezzi. Linee che si sposano con le percussioni “tribali” di Stephen Perkins; Dave Navarro è il guitar hero, un po’ Jimmy Page, un po’ Van Halen e un po’ Daniel Ash, con un piede e mezzo nell’hard rock e mezzo nella new wave. Certo la storia non sarebbe stata la stessa senza le persone a loro vicine. E in particolare senza le donne. Senza l’amica Jane Bainter, una ragazza affascinante e fragile dalla cui storia personale i Jane’s Addiction prenderanno il nome e che renderanno immortale con la loro celebre ballata. Senza Casey Niccoli – che gli americani pronunciano Niccòli – allora compagna di Perry Farrell, ispiratrice prodiga di consigli artistici e di stile e coautrice delle sculture iconiche finite sulle copertine di entrambi gli album. E poi senza Rebecca Avery, sorella di Eric e amica di Dave e Stephen che fece da contatto tra loro il fratello. E senza Bianca, un’amica escort che bazzicava i personaggi minori di Hollywood – tipo figuranti con il tupé e conduttori di programmi tv di mezza età – e fu abbastanza “svitata” da decidere di fare da manager ai quattro musicisti di belle speranze (rimettendoci anche dei soldi). Musicisti che a lei hanno dedicato una canzone chiamata Whores, la prima scritta tutti insieme, che è stata anche la prima scintilla di questa avventura.
Non solo Whores ma Trip Away, Pigs in Zen, 1%, i primi brani incisi sul debutto omonimo, un album dal vivo registrato al Roxy di Los Angeles una sera di gennaio dal 1987, disegnano questa forma di hard rock dalla trama spumeggiante, che poco ha da condividere con le cose più dozzinali che vanno per la maggiore in fatto di heavy metal per le masse e propone un nuovo standard di genere: sincopi arrembanti, tanta funkytudine, sfarfallii lisergici, e una curiosa vena melodica che quando non si apre in mezzo a torsioni strumentali e sventagliate di elettricità superfocosa può prendere la forma di una ballad fatata tutta bonghi e lisergici accordi di chitarra acustica, di nome Jane Says. Già c’è una major che scalpita per portare il gruppo in studio ma prima ancora di incidere un album i Jane’s Addiction hanno già conquistato un proprio pubblico e addirittura iniziato a ispirare chi ne prenderà il testimone.
All’inizio del 1987 i Green River aprono per i Jane’s allo Scream di Los Angeles. Jeff Ament racconta che durante il set del gruppo principale lui e Stone Gossard se ne stavano a lato del palco, «completamente ipnotizzati» da come i Jane’s Addiction interagivano con il pubblico che cantava tutte le canzoni e aveva instaurato una connessione speciale con Perry. «Era la prima volta che in un concerto di musica alternativa vedevo quella devozione entusiasta che di solito hanno i fan dell’hard rock.» I Green River si spaccano anche su questo argomento ma nascono i Mother Love Bone. «Quando siamo tornati a Seattle sapevamo di volere qualcosa di diverso, senza limiti, perché così vedevamo i Jane’s Addiction. Potevano andare in qualunque direzione, potevano essere i Cure o i Led Zeppelin, o qualunque cosa volessero; una band aperta a tutto proprio come volevamo fare anche noi, e così io e Stone abbiamo creato i Mother Love Bone».
Quello che hanno insegnato Perry Farrell e i suoi, sempre secondo Jeff Ament, era «se eri un punk, a non avere paura di un grande riff hard rock, e se eri un metallaro, a non avere paura di suonare la chitarra acustica». E poi, il grande passo su major, la sfida, rischiosa, di portare le stesso ethos fuori dal mondo delle etichette indipendenti – il successo alle proprie condizioni, almeno nelle intenzioni. Un anno dopo toccherà a degli Smashing Pumpkins ancora agli inizi aprire per i Jane’s Addiction a Chicago, e vivere un simile risveglio dopo aver visto quella che per Billy Corgan è «la band che ha preso quello che c’era di bello nella musica alternativa degli anni ’80 (l’atmosfera, l’estetica decadente, la sensualità e l’oscurità) e l’ha portato urlando nei ‘90». Anche Chris Cornell dei Soundgarden ha raccontato come i Jane’s Addiction hanno aperto le porte ad altre band tra cui la sua, e gli Alice in Chains non a caso hanno avuto lo stesso produttore, Dave Jerden, scelto dei Jane’s Addiction perché aveva lavorato come ingegnere del suono in My Life in the Bush of Ghosts di David Byrne e Brian Eno.
Nothing’s Shocking come primo album di studio mantiene tutte le promesse – tranne quella del titolo. Forse definirlo shock è un tantinello eccessivo ma la sua cura ricostituente per la musica-con-chitarre dell’epoca fa subito effetto. Un’iniezione di adrenalina e di fantasia che apre nuovi chakra nel corpo del rock di fine anni ’80, prendendo il meglio di vari sound alternativi – l’art-rock e il metal, il punk e la neopsichedelia, il funk-core e il dark – e condensandolo in una formula visionaria e senza limiti di stile o di look o di audience. Gli svolazzi lisergici della chitarra di Up the Beach sembrano già un’ovazione per quello che verrà dopo. Ocean Size e Had A Dad sono l’esaltazione – condita rispettivamente da una svettante melodia con assoli flamboyant e da un ritmo sexy e inarrestabile – sempre di questa idea rapsodica dell’hard rock come crossover totale dei tempi moderni, che andrà molto di moda negli anni ’90.
Un hard rock infuso di sentimento oceanico e mistica psichedelica, tenuto insieme da un collante atmosferico che rimanda al post-punk britannico e da uno ritmico, altrettanto essenziale, che parla la lingua di un funk dai rimandi molteplici – da Sly Stone, ai Gang of Four, ai Takling Heads, alla etno-dance di Byrne e Eno –; funk che si apprezza poi quasi in purezza nei toni pop e frizzantini di Standing in the Shower… Thinking… Però l’Oscar – siamo pur sempre dalle parti di Hollywood – per il pezzo più ambizioso e conturbante se lo aggiudica Ted Just Admit It, dedicata al celebre serial killer Ted Bundy, con i suoi sette minuti rocamboleschi di cui cinque in un suo ciondolante ritmo di clave fustigato dalle distorsioni e dagli interventi rumorosissimi di Navarro e due di rave-up tribalista con i tamburi di Perkins a guidare l’arrembaggio al grido di sex is violent.
Le due facciate dal vinile sono praticamente speculari, introdotte dallo stesso giro di basso su cui è costruita la tiritera psichedelica di Summertime Rolls che apre il lato b, un po’ più ondeggiante tra melodia, grandi riff e ritmi esuberanti: la prima è tutta meravigliosamente incapusulata nell’elegia elettroacustica di Jane Says, capolavoro che oltre a uno dei testi più toccanti e indovinati di Farell offre un piccolo gioiello di arrangiamento, semplice e delizioso; la sferzate di energia arrivano da Mountain Song, dinamico innesto di groove Led Zeppelin su basso Joy Division, e dalla già nota Pigs in Zen; il funk più impertinente da una Idiot’s Rule che come ospiti ai fiati ha nondimeno che Flea e Angelo Moore e Christopher Dowd dei Fishbone, altro gruppo meraviglioso e purtroppo meno conosciuto di quanto meriterebbe.
Il disco non è ancora finito quando l’unità di intenti che aveva permesso tutta la folgorante parabola dei Jane’s Addiction si incrina fatalmente – per la decisione di Farrell di riservarsi il 50% delle royalties in quanto autore dei testi più la sua percentuale paritaria sulle musiche (di fatto lasciando agli altri tre sono il 12,5% dei diritti ciascuno) e per gelosie sorte in particolare tra lui e Eric Avery. La fine prematura è nell’aria, ma le sorprese non finiscono qui: anche il terzo LP Ritual de lo Habitual e il tour di addio trasformato nella prima edizione di Lollapalooza lasceranno un segno indelebile su una scena musicale rinnovata grazie anche al contributo dei quattro strambi moschettieri e al loro ruolo di battistrada.
Con quel loro ondivagare tra un suono terragno e uno estatico e non solo, hanno predetto un’intera stagione del rock americano creandone i presupposti artistici e, perché no, commerciali. A nemmeno un mese dall’uscita di Nothing’s Shocking Billboard introduceva la categoria “alternative” nelle sue classifiche contribuendo al successo di un’etichetta che, per problematica e discutibile che sia, le zingarate musicali dei nostri hanno comunque rifornito di un senso creativo davvero efficace e iconico, rendendo improvvisamente superato tutto quello che c’era prima e trovando un pubblico pronto e ricettivo per il cambiamento epocale che stava arrivando.
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