Recensioni

Non esiste una formula per fare pop radiofonico di qualità che sappia coniugare impegno e fascino, leggerezza e profondità. Che sappia dribblare le trappole della retorica sloganistica, la pelosa militanza da echo chamber o la rassicurante sdegnosità gramellinista. Che sappia, in poche parole, suonare e significare bene. Non esiste, ma casomai esistesse è probabile che i La Crus siano riusciti a darle un’occhiata.
Questo loro sesto album, pubblicato a quasi vent’anni – vent’anni! – dal precedente Infinite possibilità, mette in fila otto tracce inedite e due riletture di vecchie canzoni. Sbrighiamo subito la pratiche con queste ultime, trattandosi di pezzi abbastanza estranei allo spirito del lavoro: si tratta della trascinante Io confesso, presentata nel 2011 dal solo Giovanardi a Sanremo e qui riletta con l’ospitata di Carmen Consoli, e dell’appassionata Come ogni volta, contenuta in Dentro me (correva il 1997) e oggi impreziosita dalle voci-prezzemolo di Colapesce e Dimartino.
Il core del nuovo lavoro è di tutt’altra pasta. Gli stessi Giovanardi, Malfatti e Cremonesi hanno parlato di “canzoni polietiche”, crasi tra “politiche” e “poetiche”. Non proprio una passeggiata, ma neppure un intento velleitario, alla luce del risultato. Fin dalla milonga circospetta dell’iniziale La pioggia, con la sua trama di timbriche acustiche e sintetiche, emerge la volontà di compiere una ricognizione sul presente, a partire dal tema dell’information overload, della “densità digitale” che da tutto estrae dati, notizie, sensazioni, reiterando il reiterabile, fino a sommergerci sotto a un diluvio in cui il difficile è attenersi “a quello che conta”.
È in questo solco di critica psicosociale che si muovono le successive sette tracce inedite, senza però rinunciare alla suggestione a pronta presa, sia pure in chiave danzereccia come nel caso della title track (quasi dei Pet Shop Boys malmostosi) o comunque squisitamente radiofonica come nel caso di Discronia (che pure condisce il ritornello con versi quali “La vita non è più/tenuta dentro me/Figuriamoci la morte/chissà se ancora c’è”), mentre la ruspante Mangia dormi lavora ripeti (come non ripensare al celebre “produci consuma crepa” di ferrettiana memoria?) digrigna blues cibernetico e tensione emotiva più o meno in zona Depeche Mode.
Se Shitstorm chiama una ballata atmosferica a meditare sul tema della comunicazione tra identità social così lontane così vicine (“il messaggio e il messaggero/son divisi ormai”), Io non ho inventato la felicità si aggira tra strappi e rarefazioni digitali con un quasi recitato che allude forse allo sbriciolamento delle narrazioni sotto la pressione dei Big Data (“il linguaggio mi fa tremare/io non ho suono”). Ha un piglio decisamente più esplicito La rivoluzione, tanto nell’impeto rock innodico – in effetti un po’ facilone – che sul versante dei testi (“Ogni merce che tu vuoi/è una triste terapia”), vantando comunque il feat non certo canonico del filosofo Slavoj Žižek e la chiosa stentorea di Vasco Brondi. Chiude la scaletta (al netto delle riletture succitate) l’inquietante Sono stato anch’io una stella, il talkin’ brumoso di Giovanardi su tappeto di pagliuzze ed evanescenze cosmiche impegnato a relativizzare le umane gesta dal punto di vista del Sole, che comunque, pur attraverso la vertigine del suo ciclo di vita, ribadisce quanto conti “soprattutto in fondo amare”.
Disco più che dignitoso, tenuto conto di quanto sia difficile raccontare il mondo contemporaneo con un linguaggio tutto sommato tradizionale, linguaggio che i La Crus non tradiscono pur aggirandosi sulla soglia di un suo oltrepassamento.
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