Recensioni

7.2

Sono passati venti anni tondi da quando i La Crus hanno dato alle stampe Dentro Me. Avremmo potuto citare i ventidue dal primo La Crus, ma il nocciolo del discorso di oggi porta più dalle parti di quel secondo album. Dei gruppi che hanno cambiato le regole della musica alternativa italiana, Giovanardi, Malfatti e Cremonesi erano gli unici o quasi che tenevano un filo diretto veramente esplicito con la tradizione nostrana. Che nel loro caso non era il folk ma proprio la canzone classica italiana, quella dei cantautori colti e, perché no, dei Sanremo di una volta.

La cover come manifesto per il modo di fare musica del progetto milanese – usare l’hip-hop, il trip-hop, l’elettronica, il suono industriale per fare melodia – era già un discorso del primo disco (per intenderci, quello con Il vino di Piero Ciampi e Angela di Luigi Tenco), ma in quel passo ulteriore che era Dentro Me insieme ai pezzi originali – i preferiti allora e anche oggi sono Come ogni volta e La luce al neon dei baracchini – c’erano due cover dai trattamenti simmetrici: Paolo Conte che diventava gli Young Gods e i Detonazione che diventavano Tenco; lo swing del maestro di Asti trasformato in industrial di seconda generazione e il post-punk dei friulani trasfigurato in cantautorato di scuola genovese con una gorgogliante chitarra classica pizzicata e una tromba da jazz club delle ore piccole.

Oggi non è solo il ricordo di ieri quindi, ma un’onda lunga che parte da quei momenti e passando per il fatidico Crocevia dei La Crus – con gli Afterhours e i CCCP accanto ai Fossati, ai De André, ai Gaber, di nuovo ai Conte e ai Tenco – e per tutto il percorso di Mauro Ermanno Giovanardi arriva al 2017, con questo progetto che vede il cantante milanese alla prese con i brani della sua generazione, quella che ha svecchiato l’intero panorama della musica nazionale. Che un disco come questo, in i cui brani di partenza passano dal rock di Marlene Kuntz e Afterhours al trip-hop dei Casino Royale e vocalmente dal rap di Neffa al salmodiare di Giovanni Lindo Ferretti e al canto della Donà, nascondesse delle insidie, era fin troppo evidente. Su tutte, un rischio scritto a caratteri cubitali, AUTOINDULGENZA. Gio, con i suoi musicisti, aggira tutto mettendoci molta passione ma soprattutto molto metodo.

Nessuna scelta facile tanto per cominciare. Nessuna “attualizzazione”, semmai il suo contrario: è un filo fatto di blues, Nick Cave e Morricone, vecchie passioni dai tempi addirittura dei Carnival of Fools, che unisce Aspettando il sole di Neffa, Lieve dei Marlene Kuntz, Forma e sostanza dei CSI o l’autocover di Nera Signora, ma anche Il primo Dio dei Massimo Volume e Stelle buone di Cristina Donà. Nessun duetto: molti degli autori di queste canzoni sono anche ospiti, però nessuno impegnato sui propri brani, solo su quelli degli altri, con accoppiamenti studiati e voluti (Agnelli per i Ritmo Tribale, Godano e Clementi per i CSI) in ossequio a un’idea più collettiva che individuale. E input che arrivano dall’interprete ma ispirandosi agli originali, per alcune delle rese più interessanti: l’influenza beatlesiana amplificata negli Afterhours di Non è per sempre e il rock and roll à la Iggy Pop (o alla Gun Club?) in cui è virata Huomini dei Ritmo Tribale.

Il disco ha indubbiamente un suo sound originale. Mauro Ermanno Giovanardi, rispettando le canzoni e gli artisti che le hanno create, se ne è impadronito come ogni vero interprete deve (saper) fare.

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