Recensioni

Il nuovo disco dei La Crus – settimo lavoro in dieci anni – è una triplice manifestazione: letteraria, grazie al racconto di Leonardo Colombati contenuto nel libretto; cinematografica, in virtù del DVD allegato dove dieci “corti” provenienti da varie edizioni del Milano Film Festival sono riadattati alle canzoni del disco, divenendone perfetti video-clip; e, ovviamente (?), musicale. Tre momenti che s’integrano senza pestarsi i piedi, senza togliersi spazio o angolazione o visuale, anzi arricchendosi spesso e volentieri l’un l’altro. Per limitarsi al disco e alle canzoni, potremmo sbilanciarci affermando che la ditta Giovanardi & Malfatti ha conseguito con Infinite possibilità l’ideale compimento del proprio percorso artistico, di una carriera forse non eccelsa però ricca di spunti, dalle traiettorie non sempre prevedibili (non si passa da Piero Ciampi all’elettronica così tanto per fare, senza talento da spendere e pegni da pagare). L’intenzione è fin da subito chiara: asciugare le forme, sottoporle ad un “levare” sapiente, ricoprirle di patina trepida ma equilibrata, quindi abbracciare tutte intere le istanze del pop d’autore, infilandosi nel solco tra modernità e tradizione.
I risultati sono buoni, a tratti molto buoni: capitano così valzer-soul segmentati da crude apprensioni dEUS (Giorni migliori); capita d’incrociare il passo di Tenco tra ascensioni pop-prog Tiromancino (La prima notte di quiete, ospite ai cori Mario Venuti); capita che certe brume David Sylvian convivano con una magra trepidazione Andrea Chimenti tra glitcherie e percussioni sparse à la Mùm (nella title track); capitano esili algori funk in stile Royksopp (Libera la mente) e arpeggi REM tra liquorose inquietudini soul (I miei ritratti). Capita soprattutto una Su in soffitta che strascica penombre tra slittamenti tropicali(sti) rimembrando un po’ il Tim Buckley di Blue melody e un po’ il Nick Drake di Fruit Tree, per non dire dei vocalizzi pastello in stile Wyatt del bridge: nomi grossi, certo, però sono un bendiddio che si mantiene lieve e sospeso, in una luce di discreta riverenza, senza che alcuna velleità ne macchi l’esito. Una semplicità non semplicistica ma illuminante, la stessa che muove il pop vivace e screziato di Mondo sii buono, in splendido contrasto con l’allarmata invocazione del testo (ispirato alla poesia Al mondo di Andrea Zanzotto).
Proprio come la migliore poesia, Infinite possibilità sa essere generoso e discreto, serbatoio di sensazioni (speranze, desolazioni, amarezze, epifanie…) a rilascio graduale. Pop per cuori agili, che indugiano sulla profondità di ogni superficie.
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