Recensioni

6.7

Tra le varie forme di long covid con cui dovremo fare i conti per un pezzo, ce n’è una neanche troppo grave ma abbastanza invasiva per chi, ad esempio, ha l’abitudine di ascoltare dischi di nuova pubblicazione. Un vizio che tra i lettori di questa webzine parrebbe abbastanza diffuso (che iddio vi benedica). Ogni riferimento al nuovo – e nono – album di Kurt Vile è ovviamente voluto. Stiamo parlando infatti di un lavoro confezionato quasi totalmente nel suo nuovo studio casalingo, l’OKV Central, quindi facendo di necessità (l’isolamento da lockdown) virtù, dell’autarchia creativa/produttiva una calligrafia mimetica, per così dire, alla situazione contingente. Tali circostanze devono aver contribuito a ispessire la vena già di per sé piuttosto flemmatica del cantautore di Philadelphia, anzi sorniona, o per meglio dire disincantata, qui virata dalle parti di uno slackerismo dinoccolato e tendenzialmente visionario, ma soprattutto frugale. 

Il titolo della raccolta – i pezzi sono 15 – viene messo proditoriamente tra parentesi: (watch my moves), quasi un invito al voyerismo, a spingere lo sguardo nello spioncino e oltre le palpebre delle tende, così da scorgere il buon Kurt alle prese con gli spiritelli acidi che lo muovono. Va detto in primo luogo che la sua è una danza vischiosa, amniotica, contemplativa, che un po’ intende esorcizzare o addirittura sublimare l’isolamento da lockdown, emblema forse di un isolamento più strutturale che emergenziale, di quel solipsismo cioè in cui ci ha cacciati quasi tutti quanti il miraggio della condivisione, di quel web cioè che sembra metterci in gioco sì ma più come proiezione di noi stessi a uso e consumo di noi medesimi che non per aprirci a una congiunzione reale con gli (ormai fantomatici) altri.

Esco da questo pantano pseudo (post) sociologico e torno a bomba sul disco, per dire che nello snocciolarsi letargico di questi folk o rock o country immersi in un cocktail di valium e ketamina, sembra appunto di scorgere innanzitutto questo: un accoccolarsi nella cuccia di ossessioni storte ma (perciò) rassicuranti, un disallineamento che ti riallinea con te stesso perché rende più accettabile la superficie cementizia della realtà. Nello stesso tempo però, temo, ti disinnesca, ti consegna a un’indolenza che ti rende accettabile proprio da quella realtà così depecrata, o quanto meno innocuo (il che è più o meno lo stesso). 

In definitiva, parliamo di un album pop, seppure spiegazzato, sfilacciato, sghembo, “fritto”, come sostiene lo stesso Kurt (forse per citare Julian Cope?): pop come residuo di psichedelia esausta, pop che gira attorno a una stella nera tascabile, consegnata a domicilio, a misura di cameretta o cuffietta, con un bel respiro interiore, ok, ma che non sembra troppo interessato a farsi carico delle ambizioni del pop, l’attitudine a dilagare, ad allargarsi, a mettere nel mirino frequenze davvero popular o persino, chissà, generazionali. No: è un pop che sta lì, si chiude nella bolla oppiacea e, come disse quel tale, va a letto presto.  

Detto questo, stabiliti gli ambiti e la portata del tiro, Kurt Vile si cimenta in una prova tutto sommato convincente: variando di poco il passo e il mood, barcamenandosi tra ballatine e filastrocche, riesce srotolare capricci melodici abbastanza intriganti pur nella apparente monotonia, come se in fondo a contare fosse questo caracollare blando e ostinato anziché la singola traccia-siparietto. 

Ogni pezzo quindi diventa il pretesto per farsi un giro – per muoversi – nel sacco amniotico, e da lì decollare stando più o meno fermi, aiutato in ciò da compagni di viaggio consueti (i Violators) e straordinari, come Cate Le Bon e Stella Mozgawa (troviamo entrambe nel jingle jangle svagato di Jesus On A Wire), quella Sarah Jones che maneggia percussioni in Hey Like A Child e nell’acquerello acido – tipo un Robyn Hitchcock collassato nel tinello di Stephen Malkmus – di Flyin (Like A Fast Train), per non dire di James Stewart, sax tenore della Sun Ra Arkestra, che pennella facezie nella marcetta dadaista sotto sedativo slacker di Goin On A Plane Today e nella processione allucinata di Like Exploding Stones, quest’ultima una ridda di visioni cosmiche scrutate attraverso una cipolla di vetro flaminglipsiana.

Quanto al resto, vale la pena segnalare l’incedere vaporoso di Chazzy Don’t Mind e Stuffed Leopard, neanche troppo lontane dalle palpitazioni mnemoniche di una Coney Island Baby, il mordente angoloso di Fo Sho e una cover della springsteeniana Wages Of Sin trascinata su un bel pantano sfumato, lisergico e nervosetto.  

Ma forse la cosa più sorprendente di tutta l’operazione è vederla pubblicata dalla Verve Records, etichetta che come tutti sanno ha fatto la storia più che altro in ambito jazz. Ebbene sì: la Verve è la nuova “casa” di Vile. Del resto lui stesso ha dichiarato – non senza un certo orgoglio, a quanto è dato capire – che da un bel pezzo a questa parte di jazz ne ascolta a pacchi, Sun Ra in particolare, tanto da indicarlo tra le ispirazioni di questo disco. Nel quale di jazz a dire il vero non c’è praticamente traccia, a meno che non si voglia coglierne l’attitudine, o l’angolazione, in quel piglio da flaneur che sai più o meno da dove parte ma non è troppo chiara la direzione né la portata del procedere. 

Disco interlocutorio quindi, ma dal peso specifico tutto sommato non trascurabile. Un po’ come tutta la carriera di Vile, no?         

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