Recensioni
Piazza Castello, Ferrara
Wilco, Kurt Vile and the Violators
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Tommaso Iannini
- 6 Luglio 2016

Sulla carta era un’accoppiata molto stimolante e ben assortita, per non dire praticamente perfetta: Kurt Vile e i Wilco, con le loro traduzioni diverse dell’idea di alternative americana, sullo stesso palco nella cornice del castello di Ferrara. E così scatta inconsciamente il confronto generazionale, che per ovvie ragioni gioca a favore di Jeff Tweedy e soci. È ancora troppo lo scarto di esperienza e di crescita, ma soprattutto manca – ancora, tempo ce n’è… – quel salto di qualità che trasforma il talento in vera classe. È una sensazione, sicuramente amplificata dal suono magari non impeccabile di Kurt e dal suo ruolo di opener per una delle migliori live band in circolazione – e potremmo quasi dire la migliore… Attitudine e qualità non mancano a Vile, che tiene il palco caracollando tra vari strumenti (cambia quasi a ogni pezzo tra Jaguar, Jazzmaster, banjo elettrificato, chitarra acustica) e infilandosi tra le pieghe della sua scrittura aggraziata, in bilico tra classicità tradizionale ed eccentricità alternativa, con pezzi tratti soprattutto dagli ultimi due dischi B’lieve I’m Goin Down… e Wakin On a Pretty Daze. Buone canzoni, ma è un repertorio che a lungo andare stasera difetta di varietà e incisività. È soltanto “normale”…
Con i Wilco siamo a un altro livello, e non è colpa di Vile. In qualche anno ormai di frequentazione dei concerti del gruppo di Jeff Tweedy, li ho seguiti più o meno in tutte le situazioni: all’aperto e al chiuso, nei templi dei conservatori e nei megaclub dall’acustica discutibile. Il risultato: mai visti suonare male, ma che dico male, benino, ma che dico benino, soltanto bene. Benone, nei casi peggiori. E alla quarta volta che li hai ascoltati, squadrati, osservati a tutto tondo – il modo in cui la chitarra atonale e noise di Nels Cline si intona con il resto del gruppo, per quanto mi riguarda, è uno dei massimi piaceri della musica moderna – in certi momenti ti lasciano ancora a bocca aperta. Uno di questi momenti è in Via Chicago, quando Cline e Kotche sembrano due jazzisti nel bel mezzo di un attacco di nervi a 120 decibel e Tweedy e Stirratt seguitano impassibili con le loro armonie folk; il tutto, naturalmente, senza una sbavatura.
Non che I Am Trying to Break Your Heart o Spiders (Kidsmoke) siano da meno. Per intenderci, la versione di Spiders è “solamente” quella dal sound rockeggiante dell’album, non è il brillante riarrangiamento di un live a Milano di qualche anno fa e neppure l’irripetibile esecuzione di Torino 2007 “movimentata” da un black out totale dell’impianto elettrico – a cui la band aveva risposto al volo con un break di sole percussioni e cori durato fino al sospirato ritorno della corrente. Però è ancora da brividi. Il trattamento diverso tocca a Misunderstood: uno si aspetta le mazzate finali e invece incontra un delicatissimo diminuendo. Del resto è il primo pezzo di un bis tutto unplugged, altra sfumatura, l’ennesima, nelle mille dinamiche di questa band. Unica pecca, Star Wars non è Yankee Hotel Foxtrot e nemmeno A Ghost Is Born (anche se non dimentichiamo un’ottima The Art of Almost, da The Whole Love). Per il resto, una garanzia.
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