Kurt Vile
Kurt Vile, foto di Adam Wallacavage (2022)

Lì dove esplodono i sassi. Intervista a Kurt Vile

In quel gioiellino agrodolce dal titolo Like Exploding Stones, Kurt Vile ripete quasi all’infinito «Il dolore mi rimbalza nel cervello come pietre che esplodono», un’immagine piena di sofferenza ma che cantata con quel piglio lì e fatta galleggiare nel flusso del brano, assume un significato quasi tenero, capace di infondere calore. In fondo, questa è una delle caratteristiche più celebri di Vile, un artista che ha vissuto la pandemia godendosi la famiglia e il paesaggio naturale attorno a casa sua.

Ascoltando (watch my moves) sembra che quello scenario meditabondo e agrodolce possa palesarsi davanti ai nostri occhi in ogni momento. Cominciamo da questa suggestione una chiacchierata spesso interrotta dalle risate piene di Kurt e dai suoi commenti tecnici da smanettone, un’ulteriore conferma della sua sfrenata passione per la musica, al di là del fatto che questa sia il suo mestiere.

Credo che uno dei tuoi punti forti sia la capacità di trasformare in suono uno scenario.

Il suono è capace di trasportarti nello spazio profondo e quando trai ispirazione da ciò che hai intorno, questa peregrinazione assume ancora più significati. Ti ringrazio della tua definizione, non so se sia un punto forte, ma è quello che cerco di fare attraverso la musica, i testi e i quadri che dipingo: ogni forma artistica che ne scaturisce.

Va da sé che, già dal titolo, questo disco sia su più livelli cinematico. Per esempio, il pianoforte di Goin on a Plane Today sembra la colonna sonora di qualche film muto degli anni Trenta…

Era un vecchio brano su cui ho rimesso mano, un brano che per timidezza avevo lasciato lì da parte. Quando sono tornato a lavorarci ho pensato che fosse perfetto per l’inizio del disco: fissava la storia. È un ottimo punto da cui saltar giù e tuffarsi nell’album.

Palace of Okv in Reverse invece sposta il calendario in avanti di qualche decennio, suona molto anni Ottanta…

È quel synth! [ride, ndSa] Quel sintetizzatore è lo stesso usato in Blade Runner

Cioè, lo hai cercato proprio per questo?

Assolutamente! Amo quella colonna sonora.

Kurt Vile, Primavera Sound 2019, Foto di Francesca Sara Cauli

Tornando al disco, sembra un lungo viaggio ma, in realtà, anche gli stessi brani sono dei piccoli viaggi…

Capisco cosa intendi dire e credo che sia dovuto al fatto che a me interessa capire dove posso arrivare. Quando prendo uno strumento in mano non ho idea di cosa possa succedere, mi limito a reagire e vedere cosa accade. Per esempio, in Fo Sho non potevo immaginare che quella chitarra sarebbe diventata così potente. Ho collegato il jack, premuto il pedale e, dopo qualche secondo, ero sulla luna! Forse anche oltre.

Ho riso moltissimo leggendo il titolo Kurt Runner, ti ho immaginato correre come Forrest Gump!

[Ride, ndSa] In realtà è un altro riferimento a Blade Runner

Ma quindi è un’opera che ti è davvero piaciuta!

Parecchio. Ho letto il libro di Philip K. Dick durante la pandemia, adoro il titolo originale: Do Androids Dream of Electric Sheep?. Conoscevo il film e, soprattutto, come avrai capito, la sua colonna sonora.

Immagino avrai trovato parecchi parallelismi con il nostro presente…

Assolutamente. Devo dire che Dick è un autore capace di farmi vivere questi parallelismi in tutte le sue opere che ho letto. Anni fa divorai A Scanner Darkly, mi ha letteralmente fottutto il cervello. Meraviglioso.

C’è qualcos’altro in particolare che ti ha ispirato nella fase di scrittura?

Molte cose, ma ce n’è una più di tutte: la biografia di Sun Ra Space is the Place. Una volta che inciampi in Sun Ra e nella sua storia, è impossibile tornare indietro. Sono ancora bloccato lì, non riesco a uscirne! [ride, ndSA].

Torniamo alla tua, di musica: quando ho ascoltato per la prima volta Like Exploding Stones ho pensato che quel brano potrebbe durare per sempre. La seconda volta, invece, ho detto: “Perché dura solo sette minuti?!”.

[Ride, ndSA] Sono molto contento che tu lo dica e sono davvero felice che la Verve ne abbia fatto un singolo. All’inizio ero titubante ma poi l’ho amata: così spaziosa, così sognante con quei quattro accordi che si ripetono… Mi piacciono quelle pause e quelle ripartenze con gli ingressi della chitarra o del Moog. Un giorno ti manderò la versione non editata, che dura molto di più!

Affare fatto! A proposito dello stesso brano, c’è quel verso «Pain ricocheting in my brain like exploding stones» che, al di là dello splendido significato, mi ha dato conferma di quanto sia certosino il tuo lavoro sul suono delle parole…

Mi ricorda un po’ le cose di Neil Young degli anni Ottanta, ma, in realtà, per quel verso sono stato influenzato dai versi di Cream dei Wu Tang Clan: «C.R.E.A.M., get the money, dollar dollar bill, y’all» [canta, ndSa]. È un po’ la mia versione di quel hook.

Mi ha davvero colpito l’immagine che usi dei «feedback che massaggiano il mio cranio»…

Sì, quando suoni quella nota giusta è proprio come se il suono ti accarezzasse.

Potremmo traslare la tua meticolosità nei testi nel campo sonoro: qui mi sembra che tu prediliga lavorare sulle singole note piuttosto che sugli accordi…

Sì, direi che, più che altro, mi piace lavorare senza un programma, ma semplicemente reagendo in tempo reale a quello che sta succedendo in fase di creazione.

È un approccio piuttosto jazz…

In un certo sì. È quasi un modo di vivere: con il registratore costantemente acceso. Che sia un telefono, un mangianastri o una situazione più professionale non importa. Così facendo, registri ogni sensazione che pervade la tua anima e non hai alcun interesse iniziale nel pubblicare un brano o un intero disco. Mi sono trovato ad avere moltissimo materiale, le cose più vecchie che avevo registrato risalgono addirittura a prima della pandemia. Quando ho chiuso (watch my moves) mi sono accorto che avevo da parte quattro album di inediti! [Ride, ndSa]

Beh, te la puoi prendere comoda: hai già un decennio di musica pronta!

Guardo sempre in avanti, ma, in caso di necessità, saprei dove andare a cercare, mettiamola così!

Mi sembri una persona che sta affrontando un periodo piuttosto sereno, forse l’album riflette anche questo?

Mi sento completamente in pace con il mio universo e con le persone attorno a me. Sono concentrato sul presente e credo, quindi, che sia il mio miglior album.

Diciamo che sei l’opposto di quel Gesù che in Jesus on a Wire «parla al telefono di un esaurimento nervoso»…

[Ride, ndSa] Beh ero in una stanza di hotel in Europa, avevamo un day off e ho preso in mano la chitarra. Tutto il testo è venuto fuori di getto e mi è frullato in testa a partire da un mio vecchio brano, Jesus Fever [del 2011, contenuto in Smoke Ring for My Halo, ndSa]. Ci ho pensato poi alla scena che avevo descritto, questo Gesù che si lamenta al telefono. Ma mentre scrivo lascio sempre che il flusso scorra senza direzionarlo.

Però, così facendo, è come se fossi sdraiato sul divano di uno psicoterapeuta, intendo dire che ci vuole coraggio a buttar giù le parole senza alcun filtro: non è così semplice…

Penso che adesso lo sia, nel senso che ora se non me la sento di scrivere evito di forzarmi a farlo. Aspetto di essere pronto, mentre prima andavo in panico e mi chiedevo “cosa mi succede?”. Adesso, invece, non m’interessa. Ovviamente, continuo ad ascoltare musica. Quello non riesco proprio a evitarlo.

A proposito, cosa stai ascoltando in questo periodo?

Mah, come ti dicevo prima sicuramente Sun Ra e Wu Tang Clan. Poi, ti direi Pj Harvey, in particolare i suoi album da White Chalk in poi: Let England Shake e The Hope Six Demolition Project. Mi piace anche quello che faceva prima, ma trovo che questi album siano eccezionali. C’è quel pezzo che inizia con le percussioni nell’ultimo album…

The Wheel?

Esatto. Che artista. Quel sax è incredibile!

Anche quello è un brano che potrebbe durate all’infinito…

Sì, e dal vivo è ancora più potente.

A proposito di concerti, immagino che per te che sei sempre stato in giro sia stato difficile lo stop causato dalla pandemia. Magari hai avvertito una certa frustrazione.

Guarda, sarò sincero: io durante i lockdown ero felice. Finalmente ho potuto godermi la famiglia, fare l’uomo normale e allontanarmi dalla routine del tour. Ovviamente, sono anche contento di tornare a suonare dal vivo. Mi sono ricaricato, ne avevo davvero bisogno.

SentireAscoltare