Recensioni

7.1

C’è qualcosa di indulgente e rassicurante nella voce di Kurt Vile, un tratto che ne caratterizza il crooning mite e del tutto improbabile. Eppure eccolo arrivato al quinto disco solista, il terzo su Matador Records, nel pieno della popolarità. Status acquisito e riconosciuto dopo l’ottimo Smoke Ring For My Halo del 2011, un disco in cui il musicista di Philadelphia presentava un songwriting sghembo, sfuggente e un sound dalle tinte tenui. Un’atmosfera vaga e obliqua che lo proteggeva e nascondeva, ma che allo stesso tempo ne esaltava le qualità da cantastorie bohémien.

Con l’apporto di John Agnello in studio di registrazione (Sonic Youth, Andrew W.K., The Hold Steady, Dinosaur Jr.), le undici canzoni di Wakin’ On A Pretty Daze mantengono lo stesso tono confidenziale e beffardo delle precedenti, ma godono anche di una parte strumentale molto più espansa (sette, anche dieci minuti a canzone) che, oltre ai Novanta, strizza l’occhio all’americana e al rock da FM. Il cambiamento di rotta è minimo eppure evidente, pur in quella consolidata prospettiva da outsider che Vile sembra non voler abbandonare.

Il lavoro si traduce in un doppio album di ben sessantanove minuti, in cui le tipiche cornici assemblate da Vile vengono allargate e sostenute da un suono complessivamente più lineare e nitido. Dietro la personalità dell’autore si intravede la figura di Neil Young (Pure Pain), il chitarrismo acido di Mark Knopfler di KV Crimes, la classicità senza tempo dei riff di Tom Petty, ma anche l’ombra di un Cobain finalmente in pace con se stesso (Never Run Away). Echi dei migliori Hold Steady, quelli di Boys And Girls In America, si percepiscono tra le pieghe di una produzione sicura e compatta, che infila sottobanco anche frammenti di elettronica (Was All Talk e Air Bud).

È però negli episodi più intimi che Kurt Vile sembra sbocciare in tutta la sua familiarità rasserenante, una specie di culla calda e beatifica. Come il riff lento e gentile di A Girl Called Alex, ma soprattutto l’avvolgente e conclusiva Goldtone, in cui l’autore auto-semplifica la poetica con toni confessionali e pungenti: “Sometimes when I get in my zone, you’d think I was stoned / But I never as they say, touched the stuff. I might be adrift, but I’m still alert / Concentrate my hurt into a gold tone. In the night when all hibernates, I stay awake / Searching the deep, dark depths of my soul tone”.

Un bel compendio di quello che Vile può e riesce ad essere, l’icona moderna di un crooning senza età. Se i dieci minuti di Goldtone non pesano affatto, allo stesso tempo è doveroso muovere l’unica critica che sorge evidente alla fine di Wakin’ On A Pretty Daze: la mancanza totale di concisione, per un disco altresì meritevole.

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