Recensioni

7.3

È sempre stato un approccio ricercato e consapevole, quello di Kira Roessler, conosciuta per essere stata la storica bassista dei Black Flag dal 1983 al 1985 e fautrice di dischi dopo core divenuti capisaldi del genere (Family Man, Slip It In, Loose Nut e In My Head) nel coacervo della label che maggiormente ha contribuito a innovarne i cardini concettuali, ovvero la SST di Greg Ginn. Una carriera musicale proseguita con molte altre band e collaborazioni, tra cui è impossibile non menzionare gli incroci di bassi dei DOS, duo condiviso con il Minutemen, nonché compagno di vita per diversi anni, Mike Watt.

Una musicista di indiscutibile talento – e con un retroterra musicale sinceramente punk rock applicato a dinamiche poco accondiscendenti – che arriva solo nel 2021 a un primo lavoro solista, intitolato in modo semplice quanto esplicativo, KIRA. Un disco notturno, denso di arrangiamenti perspicaci che virano il post punk su linee sospese e fluttuanti (Silently), a volte spettrali come nelle ritmiche destrutturate di Trance, e che flirta amabilmente con umori jazz noir come in The Ghosts o nella fumosa What’s Left, o ancora nei pesanti accenti di pianoforte dell’ottima Unsolicited Advice, che divaga su magnetiche intarsiature chitarristiche.

Una strada che intercetta in modo naturale anche ingegnose diramazioni post-rock (Let It Go), fantasmagorie di sovrapposizioni di voce e archi (It Can’t Be), incroci dal sapore slow core che rimandano a momenti di calma inquieta à la Thalia Zedek (Worse than Rude, In The Quiet) e discrete reminiscenze à la Kate Bush nascoste dietro gli angoli (Avoiding).

Un album che fa il punto nella vita di Roessler in modo affascinante, un piccolo scrigno intimo e ombroso, forse non immediatamente assimilabile, ma pur carico di quella merce rara che è la personalità.

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