Recensioni

6.6

Ah sì, giusto, nel mondo precedente al Covid esistevano anche i Kings of Leon. Se ne erano perse le tracce, in quanto a nuovi lavori in studio, dal 2016, allorquando uscì Walls, il loro settimo album. Adesso i fratelli+cugino Followill sono tornati, però senza apparentemente aver fatto tesoro del quinquennio appena trascorso, poiché questo nuovo capitolo – prodotto da Markus Dravs, già dietro la consolle per il summenzionato Walls – pare non discostarsi troppo dalla formula che li aveva resi famosi, pur essendone una discreta applicazione.

Hanno un bel dire loro ad affermare che fanno rock da stadio. Già, ma quali stadi, visto che di concerti in presenza per ora, viste le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria, non se ne parla, e quindi la controprova dal vivo dello spessore di When You See Yourself non la potremo avere? E allora, confinati in questo semilockdown quasi permanente, l’ascolto non accende il focherello della speranza ma ingrossa l’incendio della frustrazione, con le pecche dell’album ad aizzare le fiamme e gli innegabili pregi ad avere l’effetto di cucchiaini d’acqua gettati sulla foresta divorata dal rogo nella vana speranza di salvarla.

All’alba del Duemila funzionava più o meno così: si prendevano i Queen, Bruce Springsteen, gli U2 e qualche altro titano mangiastadi arrivato a calpestare le nostre terre tra gli anni ’70 e ’80 e si rielaboravano da un lato alla luce della lezione di artisti appena più di nicchia (Cure, Smiths, Cars, Joy Division, New Order… ma potremmo continuare fino a domani), dall’altro mutuandone gli aspetti musicalmente esteriori, come se i suddetti campioni fossero stati calati per caso sui palchi di tutto il mondo al cospetto di folle osannanti e non si fossero prima dovuti spremere le meningi in studio e sperimentare nuove vie. Così fecero fortuna, oltre ai KoL, i vari Muse, Coldplay e Killers (e in misura appena minore anche Arctic Monkeys, Editors, Snow Patrol, Kaiser Chiefs… ma pure qui la lista sarebbe lunga), che pure di cose egregie in studio ne avevano fatte ma che presto, muovendo ognuno dal proprio campo di specializzazione – nel caso dei KoL, il blues e il southern rock – preferirono prendere la scorciatoia ingraziandosi le grandi platee con roba più facile (ma forse avevano capito prima di altri che la vacca da spremere – leggi il rock come lo avevamo sempre conosciuto – aveva i giorni contati). Forse solo gli Arcade Fire scelsero la via meno scontata, seppur ormai dissanguati nella vena compositiva dopo i primi, magnifici tre dischi.

Tuttavia, nell’ambito di quel mainstream senza pretese di inventare chissà cosa i KoL sono sempre stati maestri. In loro ti riconosci subito, li metti su e tutto quadra immediatamente. Niente interpretazioni, niente sofismi, tutto è a fuoco fin dalla primissima esalazione vitale. A chi piace, a chi no, ma l’immediatezza non è voce che si può mettere in conto nella colonna delle ritenute. Anzi per qualcuno è una spettanza. Detto ciò, la family originaria di Franklin la busta paga se l’è sempre sudata. Nei panni di datori di lavoro (che poi, in fondo, è questo ciò che noi siamo per loro) non ci pentiremmo di averli assunti. Altro che nepotismo, qui è il merito a contare e forse è proprio il fatto di poter lavorare tra consanguinei che ha sempre reso i Nostri così ben amalgamati tra loro. Anche stavolta la chemistry è evidente e l’impegno è da premiare. I KoL sono fondamentalmente degli ottimi taglialegna e già il fatto che ti offrano pure il trasporto li fa preferire a parecchi loro colleghi più esosi e meno volitivi. E che ciocchi ti portano a casa.

Non sarà legno pregiatissimo ma ti ci scaldi per un inverno e tra i crepitii del caminetto si ravvisano schiocchi del summenzionato Boss (un po’ ovunque), ritornelli à la Interpol con contrappunti chitarristici in area The Edge (The Bandit. Del resto, passateci il calembour: Followill… Willfollow… I Will Follow), episodi dall’andamento più calmo e riflessivo con stomp di basso e batteria a guidare il passo (100,000 People), epici crescendo (l’azzeccatissima Golden Restless Age, pure questa con una strofa in odore di post-punk revival prima di un ritornello dove risuona il solito Springsteen), mascheramenti da Pearl Jam più recenti (Time In Disguise), ballad acustiche dal cuore caldo (Claire & Eddie) e rimbalzi tra rockabilly e garage/blues (Echoing). L’incendio non sarà domato ma almeno di ceppi in cascina ne abbiamo messi eccome.

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