Recensioni

Per il primo album di inediti dopo 8 anni, Alberto Mariotti alias King Of The Opera decide di giocare un po’ con i limiti, come quando era ancora known as Samuel Katarro e al festival Metarock di Pisa, avendo uno slot di un quarto d’ora, decise di occuparlo tutto con una jam di quella durata. Stavolta l’idea era di rinunciare a una serie di strumenti e provare a vedere, da solo con l’elettronica e a casa del fonico Alessio Gorgeri, cosa sarebbe venuto fuori da quelle canzoni nate un po’ di tempo prima quando, provando a tornare allo spirito dei suoi primi tempi e del vecchio moniker si è reso conto che quel passato non c’era più e che bisognava esplorare altre zone per lui sconosciute.
Per cui non ci sono più né le jam né la scrittura obliqua e capricciosa dei primi tempi, piuttosto queste canzoni, nate e arrangiate nelle limitazioni e successivamente rimpolpate in studio con qualche intervento esterno (in attesa di partire in tour con un gruppo vero che comprenderà il batterista Elia Ciuffini e Andrea Carboni, anche lui reduce da un progetto elettronico, La Polvere), proseguono il discorso del precedente disco verso un cantautorato caratterizzato dalla raffinatezza elettronica, che riprende qualche tendenza del revival 80s in voga da tempo in certo indie italiano e non, ma lo fa in versione più elegante e matura (a momenti tra Fink e David Sylvian) e meno ombelicale, più notturna e meno pop (che pure c’è), dove lo spirito jam e psichedelico rientra obliquo a dilatare le canzoni dall’interno.
Tra il pathos dell’iniziale Mosters In The Heart sospesa tra ricordi Bran Van 3000, il sitar impudente che accompagna il 1966-67 su base in 4/4 di I’m In Love, la tensione sospesa e rilasciata sulle spaziose stratificazioni sonore della title track – fenomeni sonori che nella scaletta si ripetono anche altrove – fino ai 10 minuti di The Final Scene, coi suoi cambi sonori e d’atmosfera che la fanno sembrare quasi un mix di brani diversi, un dj set dell’etichetta Life and Death, fino alla conclusiva Places, arrangiata e suonata dai notevoli handlogic, il disco mostra un autore che se la può giocare con analoghe produzioni internazionali.
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