Recensioni

Samuel Katarro, classe 1985, è stato uno dei più interessanti interpreti dello spleen generazionale degli anni Zero. Definito proprio su queste pagine un hobo della provincia, al tempo del suo album d’esordio Beach Party (2008) si configurava come un potente bluesman intelligente e decadente ma tanto oscuro da non essere compreso fino in fondo. Due anni dopo però, il giovane pistoiese dissipava ogni dubbio sulle coordinate del suo percorso stilistico virando decisamente verso sonorità più pop, ed elaborando un folk psichedelico dai tratti carnacialeschi: The Halfduck Mystery (2010) restituiva un Alberto Mariotti (questo il vero nome dell’artista) brillante sperimentatore.
King of the opera è il nome del progetto che dal 2012 ha sostituito il precedente e più giovanilistico moniker e che cela la reincarnazione di un animo inquieto, alla continua ricerca di un ordine nella sua dolce e intima eccentricità. Questo nuovo percorso, iniziato con The Death of Samuel Katarro e Nothing Outstanding (2012), è proseguito seminando ciò che poi sarebbero diventate le Pangos Sessions, un omaggio ad Alessio Pangos, autore di registrazione, missaggio e master dell’album. Cinque cover, quattro riletture di brani del precedente progetto e un inedito. È proprio quest’ultimo (By the Shore) ad aprire il lavoro: una deliziosa confidenza fatta sotto voce che naviga tra Mark Lanegan e Jean-Jacques Burnel. Il florilegio di cover va a pescare unicamente nel 1985, anno di nascita di Mariotti, e prende sia dall’alternative/rock (The Replacements, The Waterboys, Sonic Youth) che dalla new wave (The Cure), includendo anche Tom Waits con Blind Love. Gli omaggi (termine che in questa sede risulta più appropriato di cover), eccezion fatta per Death Valley ’69, sfrondano le versioni originali di tutta le loro peculiarità, riducendo ogni brano a mero oggetto di culto. Questo lavoro sporco, apparentemente svilente e incolore, va letto come una scelta di parte volta unicamente a catturare l’intensità spettrale dei maestri. Alla luce di questo risulta estremamente coerente la scarsa post-produzione voluta per i restanti brani. È l’autore stesso a confermare di aver voluto catturare su disco l’atmosfera delle sue più recenti esibizioni dal vivo e di aver pertanto deciso di registrare in presa diretta buona parte del materiale. Una scelta non scontata e coraggiosa.
Dichiarata ufficialmente nel 2012 la morte di Samuel Katarro, la strada del cantautore si è aperta a nuove visioni e ad un nuovo modo di approcciare la realtà. L’animo folk che porta a braccetto visioni psichedeliche ha lentamente ceduto il passo a qualcosa di diverso, qualcosa su cui scommettere sul serio. Le Pangos Sessions sono in prima battuta una eccellente prova di rielaborazione logica dei contenuti e, in maniera quasi consequenziale, la dichiarazione di quanto sia necessario per un artista lavorare sul proprio passato, magari anche celebrando se stesso con una piccola perla come questa.
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