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Secondo lavoro per il duo di Liverpool King Hannah dopo l’esordio del 2022 I Am Not Sorry, I Was Just Being Me, che li aveva posizionati nel novero di un presunto rinascimento rock britannico. Black Midi, Porridge Radio, Dry Cleaning alcuni degli esponenti di una nuova “scena” che però, a differenza dei King Hannah, è fortemente caratterizzata da un recupero indigeno di influenze post-punk britanniche più angolari e spigolose (su tutte, la sacra trimurti Joy Division, PIL, Bauhaus).

Le orecchie di Hannah Merrick e Craig White, invece, sono tutte protese all’altra sponda dell’Atlantico, agli Stati Uniti del rock alternativo, della contaminazione fra country e (pop) punk. Gli anni ’90, l’estetica slacker, i film di Richard Linklater, che in un gioco di scatole cinesi recuperano la nostalgia per gli anni ’70 del country-folk (l’elegia adolescenziale di Dazed And Confused). Una sola canzone si caratterizza per un’influenza britannica, quella dei Portishead in The Mattress, che somiglia pericolosamente a Glory Box (e a Foolius Cesar dell’album precedente) nell’andamento discendente e nella vocalità narcotica e sorniona.

Queste le coordinate di base di Big Swimmer, lavoro che in dieci brani spazia dalla metropoli (la New York dei Sonic Youth, celebrata nel saltellante spoken word che pare uscito da Dirty, tutto riff grunge e accordi sospesi, New York, Let’s Do Nothing) all’heartland, la dimensione rurale del country e del folk. Già dall’apertura, Big Swimmer, queste due dimensioni si toccano in modo abbastanza segmentale: il corpo del pezzo è country, Merrick pare evocare l’ultima Adrianne Lenker, con un’interpretazione vocale però più espansiva, narrativa, più vicina alla teatralità e al massimalismo (inteso come padronanza di registri plurali) di Sharon Van Etten (qui e in This Wasn’t Intentional ai cori), mentre verso la coda subentra la chitarra elettrica, e la ballata assume una tonalità più alt-rock, con tanto di crescendo finale, che la avvicina all’estetica slacker di Courtney Barnett.

Il country, elettrificato e reso slowcore, un’operazione assimilabile al Neil Young di Tonight’s The Night, rappresenta gli episodi più ambiziosi, a livello narrativo e di tempo, come Suddenly, Your Hand (dove la resa di Merrick tocca un registro stanco e amaro, e dove viene citato Bill Callahan) e la finale John Prine on the Radio, ballata agrodolce dove il racconto del quotidiano si intreccia con sentimenti di rimpianto e inadeguatezza. La presenza di Neil Young, specialmente quello grunge di Ragged Glory Weld è costante nel chitarrismo di White, informato naturalmente anche dai Sonic Youth (per le accordature non canoniche) e Nels Cline sponda Wilco (nell’incorporare elementi dissonanti rispetto al discorso americana). Pezzi in questa direzione sono la nervosa Lily PadSomewhere Near El Paso, che riprende gli elementi spoken word e slowcore per un altro racconto allucinato del quotidiano on the road. Altrove, come nella già citata This Wasn’t Intentional, gli assoli sono più classici e lineari, ma sempre con una distorsione ricca al limite del fuzz, un tone comune a Young e Moore. Interessante, infine, l’interludio Scully, un riff ripetuto a suggerire una dimensione liminale, quella del sogno, del recupero sgranato di un’estetica nineties (il video di 100% dei Sonic Youth con Jason Lee sullo skate, l’acme degli anni ’90 alternativi, e allo stesso tempo la loro cannibalizzazione da parte di MTV), che ricorda l’uso daydreaming della chitarra che fa ML Buch.

Un disco che recupera una serie di anime di un periodo storico ben preciso, gli anni ’90 statunitensi, senza cadere (sempre) nel derivativo. Il cantato di Merrick, in particolare, dona a queste canzoni altrimenti già sentite un’intimità e una varietà di registri che connotano in modo preciso il gruppo: fra questi, c’è da dire che lo spoken word, utilizzato in più canzoni, è un elemento chiave del rock britannico attuale (e non solo), a partire dai Dry Cleaning per arrivare a Kae Tempest o agli Idles. Meno caratterizzante la chitarra di White, che per quanto in alcuni episodi sia puntuale e comunichi molto anche a livello emotivo, spesso pare accontentarsi di una dissonanza ben piazzata (vedasi Milk Boy) o di un riff power chords.

In generale, rispetto al suo predecessore, in cui era totalizzante un richiamo vaporoso alla Bristol (sempre) anni ’90 (che vi sia un fattore anagrafico, di recupero liminale di musiche/immaginario dell’infanzia, o degli anni immediatamente precedenti la nascita?) o tutt’al più dell’indie notturno degli Yo La TengoBig Swimmer suona più variegato nei richiami, che pure sono estremamente precisi e circoscritti. Lo spaziare fra il folk, lo slowcore, l’alt-rock permette a Merrick di dare una prova di grande espressività, che nel disco precedente era forse costretta a un registro unicamente Gibbons-iano.

Preso atto di questo, non guasterebbe un po’ di coraggio in più nella composizione, specie per quanto riguarda le chitarre, protagoniste della proposta del duo, che non vanno oltre un ottimo sound design e rimangono spesso ancorate a uno schema compositivo volenteroso ma piuttosto reazionario.

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