Recensioni

Dopo un album massimalista come Dragon New Warm Mountain I Believe In You dei suoi Big Thief, Adrianne Lenker riparte dalla sottrazione più totale. Massimalista, il quinto album della band folk-rock statunitense pubblicato un paio di anni fa, lo era nel senso che apriva all’estremo il ventaglio dell’ispirazione stilistica, con venti brani per oltre ottanta minuti di durata organizzati in almeno quattro sotto-album, incisi infatti in quattro differenti location assecondando quattro differenti idee di sound. A legare ogni cosa, il songwriting.
Da quest’ultimo, dall’arte di raccontarsi, Lenker se ne esce con un nuovo disco da solista, il sesto, generato da un approccio intimista ed essenziale. La musicista del Minnesota maneggia Americana e tradizione alt-country – sin dallo scatto di copertina, a proposito: bel cappello – con la nonchalance dei veterani post-dylaniani. Quindi, non c’è niente di particolarmente sorprendente in una poetica che riesce a far risplendere con spontaneità ricordi di famiglia e di infanzia (a partire da Real House, dove balugina già la magia del creare canzoni: «I’m a child humming / Into the clarity of black space»), relazioni che si avvicendano come le stagioni, aneddoti su reali esseri umani e animali da compagnia, oppure immagini di fiumi, alberi, colline e tutti gli altri elementi della natura, di luce delle candele, caffè, vino e tutti gli altri elementi della quotidianità.
Le registrazioni di Bright Future si sono svolte durante l’autunno del 2022, al cento per cento in analogico, in uno studio nascosto nella foresta del New England, il Double Infinity, dalla sala principale risalente a centocinquanta anni fa e dai pavimenti in ciliegio. Un setting ideale, una bucolica cabin in the woods à la Bon Iver, per un lavoro che punta su un una trama vieppiù acustica, calda e confidenziale eppure mai addomesticata. Un’ulteriore famiglia acquisita è anche il team che si è formato attorno a Lenker, con Philip Weinrobe alla co-produzione e gli amici Nick Hakim (pianoforte), Mat Davidson (pianoforte, chitarra, violino) e Josefin Runsteen (violino, percussioni), a contribuire persino ai cori, «alcune delle mie persone preferite» che non avevano mai suonato assieme in precedenza. La sensazione è quella di ascoltare di soppiatto il piccolo clan all’opera, di sbirciare tra le assi di legno mentre prendono più o meno forma in bella-brutta copia pezzi estemporanei e spesso concisi – come quelli confluiti senza preavviso nell’EP i won’t let go of your hand, immortalati nel preciso momento in cui sono nati, con ricavato destinato al Palestine Children’s Relief Fund.
A volte ancorate principalmente al binomio chitarra-voce – asprigna ma capace di piegarsi alle proprie emozioni – e a volte più ricche nella strumentazione, le tracce veicolano melodie di malinconia a pacchi, dall’emblematica Sadness As A Gift a una Ruined da drama cowgirl. A svettare sono forse l’andamento sghembo di Fool, che cita direttamente i compagni del gruppo-madre, e le rime più veementi di Vampire Empire, che cita indirettamente Prince, in una versione demo rispetto a quella presentata dagli stessi Big Thief, ma su tutte è la ballad Evol – fra tasti e archi, palindromi già cari alla PJ Harvey blues dell’omonima demo/b-side e slittamenti temporali – a restituire in modo memorabile il movimento all’indietro-in avanti della scrittura di Lenker.
Quando in Cell Phone Says la padrona di casa canta «Cell phone says your name / But I don’t even hear it ring», quasi non ci si crede che all’interno della canzone in questione possano essere già stati inventati i telefoni cellulari. Tanto che, poco dopo, il racconto prosegue così: «So together we take the call / And we hold the line through the static sprawl / Though the distances traveled are expanding still / We meet in dreams by the lilac river». Uno storytelling che avrebbe messo d’accordo Nick Drake, Jeff Buckley e Angel Olsen. Nell’ecologista Donut Seam la constatazione «This whole world is dying» è all’unisono con Hakim. Allora, vale la pena sognare e abbozzare un Bright Future.
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