Recensioni

7.2

Thomas Jefferson Cowgill, in arte King Dude, è uno di quegli artisti che nel corso degli ultimi anni sono riusciti a trovare una via personale e uno stile originale, unendo il folk-apocalittico dei Death in June con un western-folk pieno di suggestioni alla Nick Cave & The Bad Seeds. Sodalizi importanti, come quello con Chelsea Wolfe, hanno contribuito a far emergere un’estetica molto marcata e definita, una sorta di neo-dark-folk americano, pregno di atmosfere ipnagogiche e fumose, con uno sguardo preminente alle radici europee, all’arte e alla cultura del vecchio continente, viste spesso (e a ragione) come un argine alle barbarie del mondo contemporaneo.

Se l’album precedente Fear aveva, in parte, deluso la critica, segnando forse il passo rispetto a dischi molto più ispirati e a fuoco come Tonight’s Special Death e Love, ora il nuovo Songs of Flesh & Blood – In the Key of Light sembra mostrare un deciso ritorno d’ispirazione, per un musicista che qui si spinge sempre di più in quei territori della psiche esplorati dalle Murder Ballads di Nick Cave & The Bad Seeds, ma con una vocazione intimista e personale. Nel corso degli anni King Dude sembra essere diventato una sorta di Johnny Cash convertito al black metal, sospeso tra gospel e patti con il diavolo.

Visioni cinematiche di western alla Sergio Leone e film horror si uniscono e si amalgamano alla perfezione, nel lavoro di Cowgill. In quest’ultimo disco colpisce soprattutto la tensione tra perdizione (Deal with the Devil e Rosemary) e redenzione (Holy Water e You Know My Lord) narrata nei testi. Espressione di un’America profonda che si aggira come un fantasma ossessionato dalla religione e dall’occultismo nelle sue forme più malate e pruriginose, King Dude si fa cantore di un mondo sempre più bipolare e frantumato, oramai sull’orlo di un precipizio oscuro e che solo la luciferina luce delle tenebre può illuminare. Visioni folk emergono sulla via di Damasco, come una A Little Bit of Baby Gonna Make Me Wanna Live Again che riecheggia un po’ i lavori del primo periodo. Non mancano adrenaliniche ed alcoliche distorsioni rock come Black Butterfly. Pregevole è la cavalcata western-orrorifica di Holy Water, con il suo tono di pericolo incombente, tra il faustiano e il messianico.

Si tratta di un buon lavoro, pregno di suggestioni non solo musicali, che ci proietta di nuovo nel pauroso mondo di King Dude confermando, se ce ne fosse stato bisogno, la classe del musicista americano. Un gradito ritorno.

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