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7.5

Parlavamo poco tempo fa dei Cult of youth ed ecco arrivare l’illustre compare, TJ Cowgill aka King Dude, altra punta di diamante del neofolk americano. Un po’ cantante un po’ imprenditore (si è inventato uno marchio streetwear a croce in giù dal nome Actual Pain, di cui cura personalmente accessori magliette eccetera) Cowgill l’anno scorso aveva sorpreso con Love, disco struggente che rileggeva in chiave nera e scarnificata parecchia della tradizione folk a stelle e strisce scomodando i vari Dylan e Cash.

Come i suoi predecessori anche questo nuovo disco è intriso di sacralità, invocazioni a Dio e al Diavolo, personaggi rassegnati allo scorrere del tempo e quindi al sopraggiungere della morte (i drive my hearse in reverese coz’ i know when i die o ancora there’s no use in lying cuz’ i know that i’m dying my friend/ my body is leaving and i know Death is reeling me in). Tutto gira intorno a voce e chitarra, gli elementi essenziali del King Dude pensiero. Temi morriconiani a sfondo western, ballate per cuori spezzati, Cowgill che gioca a fare il crooner con la sua voce greve e baritonale. Ed è proprio la voce il topos più indagato, un canto estremo e quasi parodistico nei timbri funerari (Barbara Anne) o nell’esaltazione del vibrato (Lorraine), in ogni caso alla ricerca di nuove forme e soluzioni senza rinunciare a un pizzico di ironia.

Anche la musica allarga il respiro, agguanta la rabbia del blues (I’m Cold), vede assimilata la lezione Dirty Beaches (Holy Land che rilegge in chiave polverosa i Suicide, You can break my heart che già dal titolo bussa alla porta di papà Elvis) e soprattutto pone molta più attenzione negli arrangiamenti, finalmente incisivi in un fiorire di strepitii tenui e altezzosi. Così Burning Daylight riesce a avanzare con maggior complessità quella dicotomia tra dolcezza e oscurità che è il vero tratto distintivo della poesia Cowgilliana.

I detrattori potrebbero dire che è uno un po’ finto il Dude, uno pronto a marciare nell’hype del ritualismo stile chitarra e passamontagna, eppure sotto la maschera c’è un songwriting ispirato, capace di emozionare e centrare sempre il bersaglio (Jesus in the countryard). Il dark folk 2012 è marchiato col suo nome.

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