Recensioni

6.3

Da Kim Gordon e Bill Nace ti aspetti ormai quella cosa lì, un “flusso sonoro decorticato e sostanzialmente free” – lo scrivevamo nella recensione del primo album Coming Apart e sostanzialmente ribadiamo. Flusso che poi non è continuo ma si interrompe, si spezza, si lascia in sospeso e di riflesso lascia in sospeso chi ascolta e chi naturalmente giudica. È difficile non essere ambivalenti di fronte alla musica dei Body/Head: può essere davvero suggestiva come totalmente interlocutoria. Si può pensare che c’entri la predisposizione di chi ascolta – a volte sembra davvero di trovarsi di fronte a un test di Rorschach acustico in cui ognuno proietta la propria reazione. La realtà probabilmente è più elementare: dipende, molto più semplicemente, dai momenti.

Certe idee sono riuscite, altre meno, altre rimangono nel limbo. Questo terzo lavoro (secondo di studio) è un po’ così. Aspettarsi una “progressione” per una musica che è soprattutto performance più che composizione, che si autosostiene alimentadosi sull’improvvisazione e sulla trance, è una pretesa che corre sul filo del misunderstanding di un progetto che non arretra e si fa se possibile ancora più rarefatto, cerca di far perdere all’ascoltatore qualunque coordinata preconcetta per farlo immergere a capofitto nelle sue atmosfere enigmatiche e minacciose.

Eppure quella progressione a volte arriva, anche se in modo fantasmatico: succede nell’iniziale Last Time, che da un trascinarsi molto psichedelico tra feedback e note lunghissime si rianima nei picchi di lancinante rumore bianco in trionfo sul finale. Oppure la progressione si concretizza davvero (!) in Change My Brain, una ballata spettrale in cui il duo Gordon/Nace estrae dal cilindro una Nico seminascosta sotto i cappucci dei Sunn o))) e una melodia tremolante che sa incredibilmente di armonica. Bello. Estenuante e avvincente, allo stesso tempo. Altri pezzi (in tutto sono cinque) lasciano sensazioni miste. A volte riescono veramente a ipnotizzare (You Don’t Need prima di una coda abbastanza inspiegabile); altre volte si compiacciono e fanno un po’ di accademia, vanno via come erano partiti senza legarsi a ciò che precede e segue (In the Dark Room) o si accendono a intermittenza (Reverse Hard). Intermittente è anche la sensazione che lascia l’album nel suo complesso.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette