Recensioni

7

Rispetto a Lee Ranaldo e all’ex marito Thurston Moore, Kim Gordon è l’ultima degli ex Sonic Youth a pubblicare un disco dopo la fine della band. Confrontando Between the Times and the Tides di Ranaldo, il debutto dei Chelsea Light Moving e quello dei Body/Head, è evidente che Lee Ranaldo ha prodotto la migliore raccolta di canzoni (da cui emerge tutto il suo amore per il folk-rock e la psichedelia degli anni ’60), che il progetto di Moore è più quadrato ma anche più prevedibile e che infine è Kim Gordon a essersi spinta più lontano.

Kim, considerata in genere la meno “musicista” del terzetto, è l’unica ad aver rinnovato in proprio la vena sperimentale dei Sonic Youth. Il frutto discografico del suo sodalizio con Bill Nace – sotto la sigla Body/Head – è un album a cui si addice in senso positivo l’abusato aggettivo “sperimentale”, innervato da una tensione palpabile tra un minimo appiglio formale lasciato dalle litanie e dai monologhi di Kim Gordon e il flusso sonoro spezzato, decorticato e sostanzialmente free che li accompagna e contrappunta, ma che da quelle parti vocali più spesso si libera per seguire le proprie traiettorie.

L’iniziale Abstract suona come se l’intro di Teenage Riot non fosse mai arrivata al riff e si fosse invece sfrangiata e dissolta nel caos. Se qui la metrica del canto cadenzato di Kim fa pensare a una forma di guida vocale, non è così in molti altri pezzi in cui la voce viene sommersa dai rumori o manipolata in loop (Ain’t). Senza batteria, le partiture oscillano tra il puro rumorismo (Everything Left) e una scansione interna che fa a pensare a una forma di progressione drammatica, se non a un rock comunque sradicato e reso l’astrazione di se stesso – come in Actress e Can’t Help You, dove si possono riconoscere accordi e un’ombra di sviluppo, o ancora in Ain’t, con l’accenno di un ritmo elettronico. Se il riferimento più vicino possono essere i Royal Trux di Twin Infintives  e certo post-rock (l’arpeggio di Last Mistress potrebbe addirittura far pensare agli Slint), i Body/Head si riallacciano comunque a una linea nobile che va dai primissimi Pink Floyd, ai Can, ai Throbbing Gristle e naturalmente ai Velvet Underground, l’eco delle cui chitarre è quasi un pedale costante. Disco ostico, non un capolavoro, ma decisamente stimolante, in attesa di sentirne l’annunciata “mutazione” dal vivo. 

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