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8.5

Il 20 aprile 1998 segna un momento fondativo per l’elettronica contemporanea. Con Music Has the Right to Children, i Boards of Canada fanno il loro ingresso nella scuderia Warp e riscrivono le coordinate emotive e percettive dell’IDM. Pubblicato in collaborazione con Skam, il disco si colloca all’interno del canone ambientale della celebre etichetta di Sheffield, ma si distingue subito come un oggetto alieno: un obelisco apparso all’improvviso nella campagna scozzese, carico di simbologie remote e vibrazioni analogiche.

È l’esito di un lungo processo di stratificazione: anni di esperimenti e nastri a bassa fedeltà che confluiscono in un flusso compatto, coerente, ipnotico. Un flusso di coscienza in forma musicale che attinge ai ricordi nebulosi della preadolescenza, trasfigurandoli in miti privati, presagi subliminali e incantamenti sospesi nel tempo. Con questo disco, i fratelli Sandison danno forma definitiva a una poetica unica, fatta di savane amniotiche, tramonti sintetici, malinconie che sembrano filtrate da un documentario della National Film Board canadese su pellicola 16mm.

I remissaggi di brani precedenti – da Boc Maxima, Twoism, Hi Scores – si fondono a nuove composizioni che mostrano un livello di sofisticazione timbrica inedito. A strutture apparentemente lineari, ma microtonalmente sbilenche, si affiancano tessuti sonori composti da campioni vocali destrutturati, dialoghi televisivi fuori fase, cori infantili deformati, fruscii cosmici e riff spezzati. Tutto scorre come attraverso un filtro analogico che oscilla tra la memoria e il sogno, tra l’hip-hop lisergico e l’ambient esistenziale.

È un lavoro di riscrittura del suono – e della nostalgia – che si inserisce nel continuum delle mutazioni post-rave: dopo il tribalismo fratturato della Jungle e la stasi narcolettica del Trip-hop, i Boards of Canada aprono un varco celeste, angelico, ultraterreno. Una nuova deriva dell’Hip-Hop astratto, elaborata su macchine cheap ma usate con la maestria di un’orchestra fantasma.

Dove Alex Paterson aveva rivelato l’affinità tra la psichedelia hippie e la trance dei rave, Aphex Twin mostrato come si potesse diventare compositori contemporanei con drum machine malandate e synth smontati e rimontati a piacere, e gli Autechre decostruito il linguaggio urbano fino a renderlo una grammatica di micro-choc digitali, i Boards of Canada trovano uno stargate nella loro stessa infanzia. Un varco evocativo che collega Edimburgo ai paesaggi naturalistici del Canada dei documentari, fino al Marte pop degli anni ’80, quello dei marziani fluo e delle teorie sull’acqua sotto la sabbia rossa.

Un disco che non ha avuto eredi veri, né epigoni all’altezza. E che continua, oggi come allora, a parlare il linguaggio misterioso dell’eternità perduta.

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