Recensioni

In quasi trent’anni di carriera Kevin Richard Martin non aveva mai firmato un disco col proprio nome: attivo sin dai primi anni novanta, prima con gruppi fondamentali quali Techno Animal, God e Ice (tutti pionieri, in diversa maniera, di un suono industral ibrido, di un crossover pesante e colto, spesso elettronico e sempre riottoso) e poi con il progetto The Bug, che dall’esordio cupamente sampledelico Tapping the Conversation ha sviluppato un percorso unico e assolutamente seminale con il suo mix di beat hip-hop e grime, memorie del dub inglese più metropolitano, visioni industrial, dancehall futurista e un attitudine orgogliosamente punk, il batterista e producer originario dell’Inghilterra può tranquillamente essere considerato uno degli artisti più intelligenti, centrali, influenti e innovativi della musica contemporanea.
Dietro alla scelta di presentarsi per la prima volta con lo stesso nome con cui è registrato all’anagrafe c’è un motivo assai profondo: Sirens narra infatti le vicissitudini attraversate da Martin e dalla compagna al momento della nascita del loro primo figlio, una serie di disavventure e inconvenienti capace di spezzare la volontà e la sicurezza anche dell’essere umano più fiducioso e ottimista di questo mondo. Se il figlio del producer adesso cresce in salute (come lo stesso Bug ci ricorda a volte tramite i suoi canali social), i suoi primi mesi di vita sono stati alquanto travagliati, come ci raccontano le diciassette tracce dell’album: tutte accompagnate da titoli quasi didascalici (Life Threatening Operation 2, The Surgeon, Necrosis, solo per citarne alcuni decisamente esplicativi), questi brani si muovono tra ambient sintetico e struggente e una drone-music più sofferta e lancinante (che raggiunge il suo apice nella lunga e straziante Life Threatening Operation 2), prima di giungere alla speranzosa conclusione di A Bright Future, ovviamente il momento meno perturbante e tenebroso.
In Sirens, Kevin Richard Martin estremizza le intuizioni già proposte anche nel recente album dei King Midas Sound (il duo composto insieme al poeta e cantante Roger Robinson): l’ascolto non è semplice, anzi è tormentato e quasi insostenibile a tratti, ma giustificato dal tema affrontato. Che sia soltanto un episodio o l’inizio dell’ennesima, fruttuosa esperienza artistica per Martin, non è dato saperlo: per ora basta accontentarsi di un’altra grande prova, oltretutto su sentieri sonici precedentemente quasi inesplorati.
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