Prince. “Purple Rain”, genesi di un capolavoro
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Tony D'Onghia
- 25 Agosto 2024
Estate del 1984, le Olimpiadi di Los Angeles attirano sugli Stati Uniti l’attenzione di mezzo mondo. Dal punto di vista musicale, invece, le orecchie e gli occhi sono puntati su Minneapolis, con pubblico e critica finalmente uniti nel tributare il giusto riconoscimento verso un musicista dal talento fuori dall’ordinario, affacciatosi sulla scena statunitense alla fine degli anni ’70 e, a quel punto, lanciato verso un’inarrestabile popolarità internazionale. Un cantante, polistrumentista e songwriter conosciuto semplicemente come Prince.
Uscito nel giugno di quell’anno, Purple Rain è il sesto album della discografia del musicista e il secondo realizzato e firmato assieme ai Revolution, la formazione con la quale viene universalmente ricordato. Fino a quel momento, il suo più grande successo, il singolo Little Red Corvette, aveva raggiunto la sesta posizione della classifica di Billboard. Abbastanza per farne una stella di seconda grandezza nel panorama della musica R&B dell’epoca, ma ben lontano dal mainstream al quale l’ambizioso musicista puntava. Per raggiungerlo, Prince compie una deviazione di 180 gradi rispetto al percorso che fino a quel momento lo aveva visto rielaborare in chiave elettronica – e moderna per quei tempi – il funk più torrido e sexy, abbracciando con convinzione e senza mezzi termini l’energia del rock e l’estetica della psichedelia anni ’60 (con un evidente debito verso Jimi Hendrix e il suo immortale carisma), dando soprattutto sfogo al suo stupefacente talento chitarristico, fino a quel momento mai così ampiamente sfruttato.
A coronare il progetto discografico, un vero e proprio film che, un po’ sulla falsa riga delle pellicole musicali tanto in voga nei primi anni ’80 – Fame, Flashdance, Staying Alive e Footloose, tanto per fare gli esempi più popolari – voleva anche richiamare alla mente le più tipiche trame dei drammi giovanilistici con annessa colonna sonora rock, i cosiddetti “Rock-and-roll musicals” che fin dagli anni ’50 avevano appassionato le platee statunitensi, e non solo quelle.
Al centro della trama del film – diretto da Albert Magnoli, che per un breve periodo è stato anche manager dello stesso Prince Rogers Nelson – una storia d’amore conflittuale, ovvero il più classico e collaudato triangolo sentimentale composto da lui, lei e l’altro; ma anche temi come i contrasti familiari e intergenerazionali e il riscatto artistico e sociale (considerando anche che la maggior parte del cast era composta da attori di colore). Nonostante il valore aggiunto dato dalla presenza carismatica del “Principino”, il film non è uno dei più riusciti di quell’epoca o del genere “musical” in generale, ma è riscattato dalle elettrizzanti esibizioni dal vivo dei Revolution e del loro leader, oltre che di Morris Day (l’odiato rivale in amore del protagonista, per l’occasione denominato “the Kid”) e i suoi Time, di Apollonia Kotero e le Apollonia 6 (l’oggetto della contesa amorosa) e del meno noto Desmond Dickerson – qui anche nel ruolo di chitarrista dei Revolution.
Si potrebbe discutere all’infinito se Purple Rain sia il miglior album della discografia di Roger Nelson, aka The Artist Formerly Known As Prince, aka “Love Symbol”. In questo senso, il disco se la gioca (per lo meno per chi scrive) con titoli quali 1999, Sign o’ the Times e Around the World in a Day. Di sicuro va ben al di là della sua – per certi versi limitante – natura di colonna sonora, partendo sparato con la rauca e riottosa Let’s Go Crazy, esibendo due delle sue più squisite e contagiose chicche compositive – I Would Die 4 U e When Doves Cry – e contiene la sua canzone più nota, la conclusiva epica title track.
Pubblicata nel settembre del 1984 come terzo singolo estratto dall’album, nonostante la sua struttura presa a prestito dal blues, le sue venature country e un arrangiamento opulento e dilatato, la canzone Purple Rain è una vera e propria power ballad rock della più tradizionale fattura che fa da supporto a un testo ermetico e obliquo, alternando versi confessionali carichi di rimorso e recriminazione a un chorus che risolve, offrendo il sollievo della speranza e la risoluzione della redenzione e della purificazione attraverso la “pioggia purpurea”. Nel suo stile, una canzone talmente aderente ai canoni della ballata rock che lo stesso Prince (stando a una delle tante leggende che lo circondano) avrebbe interpellato i membri dei Journey, una delle più popolari band di quell’era, per assicurarsi che la sua possibile e problematica somiglianza con uno dei loro successi (riconducibile in fin dei conti solo a una comune progressione armonica) non fosse considerata inopportuna.
Ottenuto il via libera dai colleghi rocker, il 3 agosto 1983 Prince la incluse, assieme a I Would Die 4 U e Baby I’m a Star, nella scaletta di un concerto tenuto in un club di Minneapolis allo scopo di includerne la registrazione – opportunamente rieditata e completata attraverso eventuali sovraincisioni – all’interno della colonna sonora del suo film. Come tutto ciò che riguarda Prince, un alone di magia ultraterrena circonda queste registrazioni. A riprova di questo, basta guardare la ripresa video amatoriale di quella leggendaria esibizione live, immortalata in forma di bootleg, per essere testimoni del processo di creazione di un capolavoro. Particolarmente emozionante l’assolo di chitarra di Prince, che nella versione definitiva veniva editato e rifinito, e che in questa prima urgente versione ci mostra il musicista intento in un’improvvisazione che dà vita al tema melodico, costituito da poche ma efficaci note, che diventa uno dei momenti più memorabili di questa vertiginosa ed elettrizzante escursione strumentale. Ma per tutta la durata di questa creazione estemporanea, attraverso la sua chitarra Prince piange, grida, implora, prega.
Anche all’interno della trama del film, l’esecuzione della canzone da parte di Prince e i suoi Revolution al gran completo ha il ruolo risolutivo di catarsi emozionale finale; lo stesso frontman e la chitarrista Wendy Melvoin visibilmente commossi. Alla luce della biografia di Roger Nelson, della sua ascesa al successo mondiale e della sua caduta nella dipendenza e nella depressione, dell’esaltazione euforizzante e della produttività maniacale, ma anche degli abissi di disperazione che chi lo ha conosciuto ha potuto osservare di persona, questa esibizione diventa ancora più significativa e tristemente rivelatoria.
Miami, Florida, 4 febbraio 2007. Fervono i preparativi per la quarantunesima edizione del Super Bowl, il gran finale della stagione 2006 della National Football League e uno degli eventi sportivi più attesi dell’anno, e non solo negli Stati Uniti, anche grazie alla consuetudine di far esibire un grosso nome del pop e del rock nel cosiddetto “Halftime”. Prince è l’artista prescelto per quell’edizione. La giornata inizia nel peggiore dei modi, con pioggia torrenziale e vento forte a fare presagire il peggio. Don Misher e Bruce Rodgers, rispettivamente il regista incaricato di riprendere l’esibizione e il produttore addetto all’allestimento del palco sul quale si dovrà esibire la star, lo contattano telefonicamente, sull’orlo del crollo nervoso.
Don: “Ti devo informare che qui sta piovendo…”
Prince: “Sì, lo so che sta piovendo”
Don: “È OK per te?”
Prince: “Puoi fare in modo che piova più forte?”
