Recensioni

5.2

Che Karen O degli Yeah Yeah Yeahs fosse in grado di cantare da sola senza i compagni d’arme Brian Chase e Nick Zinner, lo avevamo scoperto cinque anni fa ai tempi della colonna sonora di Where The Wild Things Are, la pellicola di Spike Jonze: un lavoro che ce l’aveva presentata maturata e perfettamente a suo agio nei panni di cantastorie, lontana dall’immagine di rocker debordante propria della band di provenienza.

Crush Songs, dunque, è la naturale conseguenza del buon approccio solista scoperto ai tempi dell’OST di cui sopra, perseguito e confermato, tra l’altro, dalla canzone The Moon Song per il film Her, che ha valso all’artista una candidatura agli Oscar. Il nuovo disco, tuttavia – ufficialmente il primo in solitaria – non riesce ad andare oltre una semplice interpretazione dei brani, tracce che appaiono più come un insieme di spunti raccolti in fretta e furia che come un’idea coesa e convincente. Un album di 14 pezzi per una durata totale di 25 minuti (fate voi il conto), dove, a esclusione di quattro o cinque episodi, non si riesce ad andare oltre la jam session: come ha ammesso lei stessa, Crush Songs è stato registrato tra il 2006 e il 2007 ed è “la colonna sonora di quella che è stata un’infinita crociata d’amore”.

Dopo numerosi ascolti, però, l’impressione è che la musicista abbia semplicemente tirato fuori dal cassetto un progetto sepolto da tempo, rivitalizzandolo con la patina hype/newyorchese propria della Cult Records, la neonata label di Julian Casablancas. Come dicevamo, qualche brano riuscito (e in grado di essere definito tale) c’è ma si tratta di poche eccezioni, come ad esempio una Rapt che, con la sua melodia dolente ben accompagnata dalla sempre ottima voce di Karen, sintetizza tutta la direzione dell’album: approccio lo-fi, registrazioni da cameretta e in presa diretta, con canzoni sempre costruite sull’intreccio tra voce e chitarra acustica, come dimostrano Days Go By, Body King e Beast. Sono infatti solo quattro i pezzi che riescono a emergere nella restante monotonia del disco, dove si sente a tratti qualche buona intuizione melodica, e poi nient’altro. Sembra quasi di vederla, al ritorno da qualche evento cool nella sua New York, a strimpellare la chitarra e improvvisare canzoni d’amore.

Il difetto più lampante di Crush Songs è infatti la sua voluta incompletezza, che fa pensare ad una deriva alt-folk solo di maniera: non c’è mordente, non c’è nessuna riflessione catartica o anche qualche isolato picco d’intensità, ma solo rumori, mormorii e campanelli inseriti ad hoc per mascherare una certa svogliatezza di fondo. Un vero peccato, perché conoscendo la personalità incendiaria di Karen O sarebbe stato interessante sentirla davvero concentrata su una scrittura più emotiva e originale. Non è questo il caso, visto che, per adesso, abbiamo tra le mani soltanto un’occasione mancata.

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