Recensioni

Pur essendo soltanto il quarto album, Mosquito arriva a dieci anni dal debutto Fever To Tell e a ben tredici dalla nascita del trio newyorkese. La band, nel corso degli anni, ha visto evolvere le proprie sonorità partendo dal focus sui riff da dancefloor degli esordi per arrivare ad indugiare su melodie pop sintetiche con It’s Blitz, seguendo le tendenze di un’annata che ha visto diverse band rock compiere tutte lo stesso percorso (due esempi su tutti, In This Light And On This Evening degli Editors e Tonight: Franz Ferdinand).
In questo disco accade tutt’altro: la ricerca artistica pare avere peculiarità opposte e sorgere da un focus introspettivo, con uno sguardo sul passato fatto di studio di registrazione e tour intensivi in successione e uno sul presente contraddistinto da progetti indipendenti e situazioni personali complicate. Se dei primi si è parlato diffusamente su riviste specializzate – in particolare quelli di Karen O, tra la sonorizzazione del cartoon per bambini Where The Wild Things Are e featuring come la cover di Immigrant Song per la soundtrack di The Girl With The Dragon Tattoo a firma Trent Reznor e Atticus Ross -, nessuno era a conoscenza del ritorno della cantante a New York dopo una lunga permanenza a Los Angeles – uno stravolgimento della routine tale da procurarle una crisi d’identità – e della separazione del chitarrista Nick Zinner da una relazione importante. Un insieme di eventi che ha contribuito enormemente a costruire il mood del disco.
Escludendo la surreale e fuori contesto title track – l’apice delle linee vocali istrioniche che recuperano la frivolezza cui ci ha abituato in passato la band -, Mosquito è un disco scuro, nostalgico in certi punti, una sorta di diario nel quale confidare paure e descrivere momenti inquieti al fine di esorcizzarli. Esemplare, in questo senso, è l’anteprima Sacrilege, brano che vede un coro gospel corredare ritmiche à la Stooges di I Wanna Be Your Dog e che, assieme a Area 52, finisce per essere l’unico episodio del disco con un vero tiro rock. Il cuore del lavoro è contraddistinto da brani a bassa intensità, acuiti dalla voce dilatata di Karen O e dai tastierini e campionamenti percussivi lo-fi di marca Suicide. Fa in parte eccezione Buried Alive, prodotta da James Murphy e rappata da Dr. Octagon, dove Nick Zinner sforna droni e distorsioni proprie degli ultimi Muse.
A conti fatti, il disco risulta una prigione di vetro: senza nulla togliere a chi fa della composizione intrisa di riferimenti personali la propria portante (The Antlers e The National gli esempi più riusciti) questa, evidentemente, non è faccenda per degli Yeah Yeah Yeahs con troppe cose da dire e un’esposizione non del tutto brillante dal punto di vista musicale.
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