Recensioni

Premessa: parto da sempre un po’ prevenuto nei confronti di Kamasi Washington e della sua esasperata maestosità, del sua assoluta imponenza in termini di ricchezza musicale, anche infine della sua ben costruita aurea da santone cosmico sulla scia di Sun Ra. Prevenuto perché alla sua – sapiente – orchestrazione e costruzione come artista mi è sempre parso mancare un guizzo di imprevedibilità, di follia, di superamento: di jazz, volendo piegare il termine e le sue innumerevoli sfaccettature a mio piacimento. Intendiamoci: il jazz inteso come – virgolette – genere è senza alcun dubbio la pietra d’angolo su cui si erge l’universo Kamasi, fatto quindi di tempi dispari, solo, temi melodici che aprono e chiudono viaggiando fuori dal finestrino dei brani. È anche l’orizzonte estetico, nella sua variabile afrofuturista, in cui si propaga sin dal gargantuesco esordio e oggi lo ritroviamo in una copertina di questo Fearless Movement dove il nostro campeggia indossando abiti disegnati dalla nipote Korynn davanti a un fondale ospitante un arazzo realizzato dalla sorella Amani, e al fianco della figlioletta.
In effetti il fulcro di questo nuovo disco – il terzo LP “ufficiale” – è proprio la figlia Asha, dopo la nascita della quale il sassofonista statunitense ha, dice, iniziato a percepirsi e percepire il mondo e la musica in maniera diversa. Non soltanto per l’essere responsabile di una nuova vita e in un certo senso non essere più lui il centro della propria esistenza, ma anche per l’epifania di una mortalità che si è rivelata in maniera più evidente. È lei l’autrice, accreditata, della melodia di un brano che ne porta il nome e nel quale compaiono i due rapper Raj e Tas Austin, giro hip hop losangelino con i loro Coast Contra. Un legame riaffermato e mai d’altronde sopito con il suo passato e l’hip hop contaminato jazz che l’ha consacrato insieme a Lamar ai tempi di To Pimp a Butterfly (2015): inizio di un’ascesa solista che ha da subito assunto le caratteristiche grazie alle quali Washington si è meritato le pregiudiziali di cui all’inizio. Però, però.
In effetti qualcosa, bisogna riconoscerlo, è cambiato: non soltanto nella durata – altro facile e distintivo marchio di fabbrica – che qui supera di poco l’ora e venti (solo, meno della metà di ciascuno dei precedenti due dischi); da tempo si vociferava, infatti, anche di una svolta “dance” per questo disco, movimento impavido dunque di nome e di fatto. Lungi dall’essere, diciamolo, un disco pensato o suggerito al dancefloor, va riconosciuto al nostro di aver saputo contaminare il proprio linguaggio in termini soprattutto ritmici.
Ne è stato un primo esempio già il Prologue con cui ha presentato il disco, una rielaborazione di uno standard di Piazzolla vestita con un contemporaneo abito nu-jazz, e che tuttavia nonostante il nome è in fondo alla scaletta “perché credo che spesso l’inizio di qualcosa rappresenti la fine di qualcosa d’altro”. Ne sono altri esempi, di questa rivisitazione ritmica, episodi come Get Lit, dove a dar vita facile allo sviluppo del groove sono un tale George Clinton (!) e D Smoke riannoda ancora fili con la doppia H nel pezzo più contenuto del lotto escludendo l’interludio The Visionary – e nemmeno un solo di sax.
Fin qui abbiamo detto della matrice “terrena”, molto importante e costitutiva se non proprio fondativa, ma ve n’è senz’altro anche un’altra decisamente più eterea e new age à la mode di una certa scena californiana. Lo fa nel featuring con Andrè 3000 – e dunque con il suo flauto ormai divenuto una specie di metonimia dell’artista stesso – che si sviluppa dapprima arido e asciutto e poi accogliendo il sax di Washington; lo fa nell’ouverture Lesanu in cui tra l’altro fa capolino pure Carlos Niño – giro Leaving Records, una delle etichette più in vista della suddetta new wave wannabefreak californiana.
Il nostro insomma non ha perso lo stile pomposo e orchestrale (vedasi Interstellar Peace) ma ha per la prima volta saputo concentrarlo al servizio di un lavoro più variegato e godibile. E i pregiudizi, per questa volta, dimentichiamoli.
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