Recensioni

Parola d’ordine: capitalizzare. Kali Uchis non si ferma, anzi alza la posta in gioco con Orquìdeas, quarta opera della sua discografia (nonché seconda in lingua spagnola) arrivata neanche un anno dopo l’ottimo Red moon in Venus. Un disco confezionato per cavalcare al massimo il suo grande momento di popolarità con un obiettivo ambizioso: ridisegnare i contorni della musica latin, illuminandola di una luce differente.
Una luce che in parte Uchis aveva già fatto vedere in Sin Miedo (del Amor y Otros Demonios) ∞, precedente progetto secondo la diretta interessata non supportato a sufficienza dalla sua vecchia etichetta che, invece, preferiva ascoltarla solo in inglese. Ma era prima che Telepatía diventasse virale su Tik Tok (destino toccato in tempi recenti a Moonlight), stravolgendo completamente i piani alla cantante. E ora che il successo del capitolo precedente è ancora fresco, l’artista decide di mettere sul piatto le sue armi migliori affrontando il genere a modo suo, portandolo all’interno del propria cifra stilistica non risparmiandosi però passaggi più fedeli alla tradizione.
In tal senso non sono poche le similitudini con Motomami di Rosalìa. Come la collega spagnola, Kali Uchis pesca direttamente dalla sua tradizione folklorica, in questo caso quella sudamericana e colombiana, affidandosi a un roster molto ampio di autori e produttori (più di quaranta spalmati in quattordici tracce), tra cui spicca anche El Guincho, producer che non a caso ha marchiato a fuoco il lavoro dell’iberica. Al centro del disco c’è la donna, l’emancipazione femminile, la libertà sessuale e la voglia di mostrare un’altra sfaccettatura della cantante latin, troppo spesso ingabbiata negli stereotipi del caso.
In prima battuta si pensava ad Orquìdeas come un progetto quasi parallelo rispetto a Red moon in venus, complici anche tre singoli estratti che indicavano una direzione molto più lontana dal mood vellutato a cui la cantante ci ha abituati. Tuttavia l’impianto resta sempre comunque r’n’b (seppur ricorrendo a disegni ritmici latini), come dimostra ad esempio il passaggio iniziale ¿Cómo Así? (in cui emergono suggestioni alla Kelela), o l’ondulata Young Rich & love. Non mancano anche furbi accenni synth pop, testimoniati da Igual Que Un Ángel, brano condiviso con Peso Pluma dagli accenti retrodance (vedi Dua Lipa e più indietro George Michael).
I passaggi più vicini al latin in purezza compaiono senza chiedere permesso. Te mata, uno dei passaggi più apprezzati del lotto, rompe il gradevole pattern soft riempiendo gli spazi con un bolero appassionato e teatrale, dove la cantante sfoggia doti vocali di buona consistenza arricchite da una melodia trascinante. Muñekita è invece un divertissement a trazione dembow condiviso con El Alfa e JT, in cui nelle ritmiche frammentate non manca anche un omaggio a Get Ur Freak On di Missy Elliot.
Il pezzo è il primo di un trittico in cui si fa spazio anche il reggaeton di Labios Mordidos (con Karol G, altra MVP della Colombia) e la rivisitazione in chiave latin di No Hay Ley, Parte 2, episodio originariamente house che trova nuova linfa grazie all’utilizzo delle percussioni e all’intervento di un gigante del mestiere come Rauw Alejandro.
La conclusione è invece affidata al merengue “classico” di Dame Beso/Muévete, brano che seppur collocandosi quasi all’apposto rispetto a quello d’apertura riesce nel non banale intento di risultare in qualche modo coerente, conservando autenticità e soprattutto credibilità. In fondo è proprio questo il grande merito di Kali Uchis: essere mainstream in modo credibile, con una capacità interpretativa sopra la media e con dei brani che suonano sempre meravigliosamente bene.
Ma per la colombiana è tempo di andare oltre: l’artista è infatti già al lavoro sul quinto album, incentrato sul tema della gravidanza (annunciata proprio nel giorno del lancio di Orquìdeas). L’uscita? Subito, probabilmente alla fine del 2024. Ma capitalizzare è anche questo.
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