Recensioni

Da una parte c’è l’ultima uscita dell’ormai sempre più rilevante label ArteTetra, dall’altra invece l’esordio dello strano duo Etrusca 3D, composta da Spencer Clark e Francesco Cavaliere: due lavori che non hanno nulla in comune, non suonano neppure vicini, eppure entrambi finiscono per immaginare uno spazio sonoro e immaginativo completamente inesplorato, una sorta di quarto (o addirittura quinto e persino sesto) mondo dove narrazioni musicali differenti e precedentemente estranee si scontrano e si amalgamano.

Java Scripts è la seconda fatica discografica del newyorchese Jung Deejay, già attivo con lo pseudonimo Jung Hardware: pescando da una tavolozza piuttosto arcade di suoni sintetici e digitali e da tradizioni ritmiche di chiara matrice etnica, il producer definisce nuove geografie improvvisate e momentanee. Quattro brani (e altrettanti remix) compongono l’opera: apre le danze la jungle caraibica e 8bit Spirit’s Moon, accompagnata da un rework firmato dai romani Rainbow Island che ne sottolinea tanto il riddim essenziale e trascinante quanto quell’aura aliena e in costante crescendo, mentre la successiva Seagull’s Dance s’inventa un autarchico e liquido reggaeton e si candida a vertice dell’intero lavoro (con il remix di Gap che approfondisce i sentori andini e le cibernetiche reminiscenze new-age). Lyon’s Roast è l’ultimo brano del lotto e nel rework realizzato da Piezo, che ne asciuga i frivoli ricami degli ariosi pad, ne viene magnificamente esaltato l’irregolare e tribale scheletro percussivo. Nella programmazione per siti web il linguaggio java script è infatti quello che permette la creazione di effetti dinamici interattivi innescati, in vari modi, dall’utente: allo stesso modo i Java Scripts di Jung Deejay sono quadretti estemporanei di un esotismo elettronico, immanenti sonorizzazioni per un’enciclopedia Encarta dell’etnotronica più sghemba e inconsueta. (6.8/10)

L’altra uscita di cui andiamo a trattare esce per la prolificissima etichetta londinese Discrepant, da sempre attiva nella promozione di musiche globali e inconsuete: il viaggio sonico organizzato però dal neonato duo Etrusca 3D non ha un itinerario geografico, ma immagina bensì inedite traiettorie intra-dimensionali che i due artisti esplorano alla ricerca della misteriosa cultura etrusca. Così la voce del toscano Francesco Cavaliere (attivo anche in solo e nel progetto Sea Urchin) diviene lo strumento per evocare gli dei dell’ancora poco conosciuto popolo pre-latino: il suo declinare i nomi delle divinità etrusche è la materia da cui l’album prende forma, tramite le manipolazioni del collega Spencer Clark. Già le prime tracce rendono bene le coordinate del disco: Il Demone Blu è pura hauntologia spettrale, mentre Tuchulcha rimanda istantaneamente ai primi lavori di Jon Hassell con i suoi strati di droni modali.

Soltanto Velathri pare collegarsi alle esperienze soliste di Cavaliere, innestando la sua prosa surreale su un minimalista tappeto di library fantascientifica, mentre Fulmini immagina una hd-music avanti Cristo, sorprendentemente morbida e organica. Nel complesso il disco suona un poco monocorde, ma rimane un’idea assolutamente originale e pressoché senza precedenti. (6,4/10)

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