Recensioni

Even Cowgirls Get The Blues, in italiano Il nuovo sesso: cowgirl, era il romanzo di culto di Tom Robbins, scomparso da pochi mesi. Il nuovo country di Julien Baker & TORRES è invece affare recente, ma mantiene il medesimo spirito anticonformista. Anziché al Rubber Rose Ranch, qui siamo trasportati di peso a Nashville. Julien Baker cementa così un altro sodalizio, da tempo nell’aria, dal 2016 di una comune esibizione in quel di Chicago, dopo quello con la neo compagna di vita Lucy Dacus e Phoebe Bridgers nelle boygenius, mentre TORRES riporta alle radici le vibrazioni da pistolera del futuro espresse in alcuni dei suoi dischi da solista, probabilmente soprattutto in Sprinter, e riappare sulle scene dopo What an enormous room dello scorso anno.
Send A Prayer My Way è un album al cento per cento country, nelle classicità di suoni e iconografia, come The Purple Bird di Bonnie Prince Billy, restando al 2025 in corso. Ma Baker e TORRES, Mackenzie Scott all’anagrafe, si appropriano della materia con grande indipendenza e a modo loro, un po’ come avvenuto per il misterioso fenomeno Orville Peck, cioè alla luce della militanza LGBTQ+ portata avanti in prima persona nel Sud degli Stati Uniti. Trattasi quindi di una celebrazione gioiosa e complice di una tipologia di musica rimessa sotto alla luce anche trendy dei riflettori, in parallelo di un atto di rivendicazione con il sorriso sulle labbra, rispetto tanto ai brutti tempi di oppressione di nuovo in voga, specie alle latitudini trumpiane, quanto al reazionarismo e alla dominazione machista spesso storicamente associate al genere, salvo rare eccezioni. Il copione viene riscritto. Prendiamo il racconto di Tuesday, dolce eppure spassoso storytelling dove la queerness cozza con l’orrore delle aspettative religiose («Left Georgia for Tennessee when I was eighteen / Met a girl named Tuesday who shined her light on me»), con lieto fine retrospettivo («And now I know that your shame was not mine / And I am perfect in my Lord’s eyes»). Oppure la conclusiva, canticchiabile Goodbye Baby: «Thank God tonight that woman she’s coming home to me».
Il songwriting è solido. Nell’iniziale Dirt le due cantautrici, sempre dalla parte del proletariato, degli emarginati, delle anime tormentate, premettono: «Spend your whole life getting clean / Just to wind up in the dirt». Nel tradizionale passo morbidamente marziale di The Only Marble I’ve Got Left specificano: «The longer I live / The stranger I get». In Bottom of a Bottle – da cui il titolo dell’album, con un video che omaggia le pellicole di genere – appuntano nella brezza ebbra di melodie: «If you hear this song someday / Please send a prayer my way». Canzoni fragranti e genuine, ad aggiungersi ai radiofonici singoli Sugar in the Tank e Sylvia, all’intensa No Desert Flower. C’è un ottimo lavoro sulle voci, che si alternano e sovrappongono, a supporto l’una dell’altra senza mai rubarsi spazio a vicenda, una più emo e l’altra, solitamente votata a un certo eclettismo, in media più ombrosa e profonda. A supporto, per arrangiamenti calibrati ed essenziali, ci sono chitarre, tastiere, violini. A guarnire i testi, ecco amori e guai, bar e bottiglie di vino, lacrime e vasi di fiori, benzina e strade da imboccare per andare lontano o tornare a casa. A segno, amen.
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