Recensioni

7.2

In Jordan Ward a funzionare, più dell’ordinata miscela di r&b, pop, soul e hip hop che imbastisce, è la sua abilità poetica di accostare mondanità e buchi psicologici, qui e ora ed eternità. Ormai il classe ’95 di St. Louis lo abbiamo imparato a conoscere. Il suo debutto discografico FORWARD (2023) ha attirato a sé gli occhi di tutti gli aficionados dell’r&b più esistenzialista e crepuscolare (Brent Faiyaz, Mereba, Solange, UMI ecc.) d’oltreoceano e di coloro che, infatuati da un certo tipo di rap soul (pensiamo a Smino, Saba, BJ The Chicago Kid e altri), hanno visto in Ward un ottimo crocevia di stili e un efficace compromesso sonoro.

D’altronde, con il suo falsetto pitchato, le escursioni ritmiche e i suoi fascinosi tappeti minimali, Ward ha saputo interiorizzare un sound noto ma personalizzarlo, portando il fascino di certe composizioni Motown ad abbracciare la contemporaneità, l’eleganza del groove a dialogare con lo spaesamento dei nostri giorni.

In BACKWARD, secondo album in carriera a tre anni di distanza da FORWARD, Ward consolida il suo lirismo impressionista, riuscendo a condensare il bisogno di leggerezza ed escapismo in una riflessione ancora più matura e cesellata su sé stesso, sul proprio rapporto col mondo e con le sue pieghe più indefinite. È una tracklist che segue la costituzione del precedente: ferita, auto-ironica, dolce, accogliente. L’r&b di Ward si smarrisce costantemente in un minimalismo sospeso, tanto innocuo quanto puntuale.

A imporsi, in una scaletta che indubbiamente si rivela costante anche se non sbalorditiva o troppo fuori dagli schemi, è il bisogno di Ward di elevare il proprio r&b in una ricerca personale, distaccandosi dalla pura raffinatezza timbrica. Nella pulita e malinconica NOISY NEIGHBOURS, con chitarrina sincopata di sottofondo, percussioni e archi rotondeggianti, Ward scrive il suo brano più intelligente. Dipinge vignette di vicini rumorosi, ciascuno con un vizio che lo affossa (“one got a drug problem / one keeps company, but he’s sad and alone / one wants to find love but he keeps watching porn / one moved far from his fam, so he heats when he’s bored”), rivelando poi che probabilmente “could be a thing of the mind” e che “no matter where I go, these type of souls always seem to find me”.

Come si percepisce nel pezzo, nel racconto di questi vicini immaginari – che, è chiaro, non sono altro che le voci in testa e le turbe del cantante -, è il modo — scanzonato, fragile, disorientato — con cui Ward interroga sé stesso e il percorso che ha compiuto a colpire più di tutto il resto. Un approccio che si manifesta per episodi, lezioni di vita, frammenti di mondanità. In Smokin Potna, insieme a un’altra futura star dell’r&b in piena esplosione come SAILORR, si parla di fumate in compagnia e teneri amori in un groove sussurrato; nella cullante Til Then è invece un lisergico mix tra ricordi passati e visioni future a entrare nello spettro; Champion Sound (che richiama un grande classico di Madlib e J Dilla) è un commosso treno della memoria della propria formazione, artistica e personale; il pop ben piazzato di Juicy anela alla caducità dell’esistenza, accostando materialismo e “frivolous dreams” al fascino della caduta (“I’m finally fallin’”); mentre il funk/disco di Themselves, dove la catarsi passa anche e soprattutto dalla danza nel videoclip (ricordiamo che, prima di cantare, Ward è stato un ballerino professionista), si dirama in una ricerca di onestà e affetto nel mondo delle apparenze.

Il cuore aperto di Ward, che si trova a meraviglia col tappeto serico, quasi inesistente, confezionato dal collega Lido (già presente nello scorso capitolo discografico), è la chicca che eleva questa piacevole scorribanda di smooth r&b a un’escursione nei filamenti del sé. BACKWARD è il disco della maturità: guarda indietro, vuole e riesce a toccare un certo tipo di corde. In questo modo l’inchiostro autobiografico, limpido, può spaziare.

Così emergono più Jordan Ward, completamente interdipendenti tra loro: l’allucinato Ward “high at the function” (ovvero sballato a un indefinito evento pubblico, come si auto-definisce in High Functioning), quello invaghito dal turbine del successo (Ross Fit, con lo squarcio ritmico più pulsante e sudaticcio della scaletta), il Ward vagabondo alla ricerca di un posto dove piantare radici (Change Of Scenery), o quello che, come nell’intro Stranger, non può fare altro che sentirsi un’alienato “stranger in my own life”. Tutti pezzettini di un vetro che si è inevitabilmente frantumato, ma che prova — ostinatamente — a ricomporsi.

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