Recensioni

7.5

Ascoltando Saba ho sempre una certezza che non va mai data per scontata, specie in un’epoca ambigua e contraddittoria come questa: si crea musica per sé stessi. Per avere stimoli propri, per crescere, per evadere da un qualcosa che varia di persona in persona. Nel caso del rapper di Chicago si evade dalla staticità, dalla minaccia della fredda apatia, dai traumi di una perdita pesante, alla continua ricerca di un’evoluzione che dalle sale di registrazione si allarga poi alla vita di tutti i giorni.

Tahj Malik Chandler rappresenta questo, ed è una figura strana. Strana perché sì capisci cosa vuole dirti, ma non lo capisci veramente: non è politico in senso stretto, non è propriamente sociale e nemmeno introspettivo, rinchiuso ovvero nella propria sfera emozionale. In realtà Saba è black, con tutto il valore significante che si porta dietro questo termine, culturalmente, musicalmente e individualmente. Allora sì, politico lo sei senza volerlo, perché la comunità afro-americana, in un modo o nell’altro, con la sfera istituzionale ha dovuto sempre farci i conti; sociale lo diventi, perché inconsapevolmente incarni la carica impegnata dei grandi maestri passati, da Gill Scott Heron a Marvin Gaye, ma anche i grandi rapper del passato; introspettivo lo sei perché parli della tua esperienza, ma i punti comuni tra te e la tua gente sono troppi per far sì che questa sia solo una TUA esperienza.

Tre anni fa, nel 2022, abbiamo sentito l’antitesi, Few Good Things, lavoro dolce, puro, un gioiellino di rap autobiografico e narrativo, ben più vivace e ottimista della tesi, Care For Me (2018), buio e claustrofobico racconto terapeutico, scritto subito dopo la perdita del cugino John Walt, diventato per molti il punto più alto in carriera. Nel 2025 è tempo di proporre la sintesi delle ultime due fatiche, From The Private Collection of Saba and No ID, banalmente perché se da Care For Me prende il bianco e nero della copertina, da Few Good Things prende l’ambientazione esterna. L’incrocio è già così esplicitato dalla sola copertina. L’album si dirama poi nello stesso universo narrativo, in un mondo dove tante cartoline, storie, aneddoti passati trovano un respiro e una vivacità che poche altre penne ad oggi riescono a fare così bene.

A spalleggiare il rapper c’è un altro grande nome di Chicago, No I.D., producer highlander che ha messo la sua mano in dischi classici come Resurrection di Common (1994), My Beautiful dark twisted Fantasy di Kanye West (2010), 4:44 di JAY-Z (2017). Insomma, qualche piccolo risultato nel corso degli anni è riuscito a ottenerlo. E quando due artisti di questo calibro si trovano sulla stessa linea d’onda, l’esito può raggiungere grande splendore.

Un percorso, quello del disco, che più volte cambia tono e suggestioni, mantenendole incollate attraverso una produzione quasi senza tempo nel suo essere contemporaneamente vintage in maniera spudorata e allineata alle modernità più disparate, minimale ma vivace, sperimentale ma lineare allo stesso tempo. A scambiarsi il testimone, troviamo il rap soul dei primi ‘2000, lato Little Brother e Kanye West “orso edition” per intenderci (head.rap, Every Painting Has a Price, a FEW songs) al movimento soulquarians (Common, D’Angelo, Erykah Badu, The Roots…) e ai loro estasianti crossover black (Crash, Acts 1.5, Stomping), al rap “intelligente” di Digable Planets, A Tribe Called Quest e compagnia bella, ma anche i banger trap di Breakdown, Westside Bound Pt.4 e Woes of The World, e la psichedelia vagamente esotica dell’interlude Reciprocity

Aggiungi poi collaborazioni che rimandano al passato più che a presente o futuro, in un impianto corale ben assestato e piacevolmente eterogeneo: BJ The Chicago Kid, Eryn Allen Kane, i “veterani” Raphael Saadiq e Kelly Rowland, gli amici di Pivot Gang MFnMelo e Joseph Chilliams, oltre a esponenti dell’r&b di oggi e di domani (Ogi, Jordan Ward, Smino).

Tutto tirato a lucido per un nucleo tematico che procede per episodi senza perdere l’insieme. Tracce di vissuto tra effetto nostalgia e sogni futuri, esercizi di stile e riflessioni sul “qui e ora” sempre pregne di memorie, ripensamenti e retrospezioni. Ciò che stupisce di più è l’ampiezza del bagaglio espressivo sciorinato dal protagonista, ben più sorprendente che in passato: dalla metafora dei capelli come sviluppo del proprio stile e ri-tracciamento del proprio percorso (head.rap), all’intensa e pietrificante conversazione face-to-face con Dio in How To Impress God (forse il pezzo più interessante in carriera), passando per deliziosi “brag rap” simil-freestyle dal gusto 90s (Acts 1.5) e flussi di coscienza estremamente lucidi (30sechchop per citarne una).

Le immagini sono ben visibili, i racconti arrivano forti e carichi di significato, il gusto musicale è sopraffino, le scelte perfettamente contestualizzate, l’impianto ha le sue chiare influenze ma non suona mai soporifero né tantomeno agé, tutto viaggia alla perfezione, e l’album si chiude con un forte gusto “istant classic” che ti farà schiacciare play ancora e ancora e ancora, una volta per l’irresistibile palette sonora, un’altra per l’impianto corale e carismatico dei featuring, un’altra ancora per una delle penne che meglio sa raccontarti l’autobiografia di un afroamericano alla ricerca della propria elevazione personale.

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