Recensioni
Jonny Greenwood, Shye Ben Tzur & The Rajasthan Express
Ranjha
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Edoardo Bridda
- 8 Maggio 2026

A distanza di undici anni da Junun, il progetto che aveva messo in dialogo occidente, misticismo sufi e tradizioni del Rajasthan torna con Ranjha, nuova collaborazione tra Shye Ben Tzur, Jonny Greenwood e la Rajasthan Express.
Se il primo album — registrato nella fortezza di Mehrangarh a Jodhpur e accompagnato dal documentario di Paul Thomas Anderson — si presentava come un manifesto esplicito dell’incontro tra culture, questo nuovo capitolo sceglie una postura più pragmatica. Lo scenario si sposta dal fascino archeologico del forte indiano allo studio di Jonny Greenwood in Oxfordshire, già crocevia delle session degli Smile. È qui che prende forma un disco che non insiste più sull’idea di armonia globale né su inni ecumenici come “Allah Elohim”, dove già nei titoli si intrecciavano le parole per “Dio” in arabo ed ebraico.
La scrittura resta saldamente nelle mani di Shye Ben Tzur, principale architetto concettuale del progetto, e il materiale linguistico si moltiplica: ebraico, punjabi, urdu, immersi nelle ululazioni e nei mantra della tradizione qawwali. Cambia il tono complessivo, più transcontinentale e instabile: un afrobeat sotterraneo attraversa la title track Ranjha, venature psichedeliche emergono in Marbolot, una tromba messicana emerge dalle sabbie di Shemesh, brano introspettivo e crepuscolare che assieme a Shiqwa fa da ponte con la dimensione più contemplativa del debutto. Altrove affiorano registri ancor più tesi, come in Mustt, che intercetta un clima geopolitico segnato da nefasti nazionalismi.
Jonny Greenwood, come già nelle sue incursioni extra-Radiohead, lavora per stratificazioni timbriche: inserisce innesti spacey (il modulare che apre Saqi), chitarre sospese e frammenti kraut, con un approccio affinato in anni di colonne sonore per Paul Thomas Anderson. La produzione è firmata da Sam Petts-Davies, mentre tra gli ospiti compare Tom Skinner in Aviv, a rafforzare il legame con l’ecosistema degli Smile.
Attorno, la big band del Rajasthan Express continua a definire il carattere del disco: un vibrante intingolo di tablas, dhol e dholak, insieme a una sezione di ottoni e fiati, strumenti ad arco della tradizione indiana come sarangi e violino, e naturalmente anche il sitar.
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