Recensioni

7

I film sui musicisti, salvo poche eccezioni, lasciano sempre un po’ a bocca asciutta. Anzi, forse il livello di insoddisfazione è direttamente proporzionale all’affetto che si nutre per il protagonista. John Ridley si è dunque assunto una grossa responsabilità con il suo nuovo All Is By My Side, dedicato alla vita di Jimi Hendrix, che, a prescindere dai giudizi, ha soddisfatto un desiderio di molti amanti del rock.

Per raggiungere la sufficienza, al film bastano pochi felici accorgimenti: primo fra tutti, la scelta tematica di concentrarsi su un momento particolare della vita di Hendrix, e cioè l’anno che precede il Monterey Pop Festival, punto di partenza del suo successo, anno che Jimi trascorre a Londra, nel tentativo di farsi largo in una giungla popolata da giganti del calibro di Clapton, Beatles e Who. Abbastanza buono anche il bilanciamento dei vari aspetti biografici, che si risolve in un mix coinvolgente e mai noioso in cui si alternano scene di concerti, donne (ma non sesso), incontri storici come quello con il manager Chas Chandler (bassista degli Animals), e vicende interiori. Ottima poi la rappresentazione della swinging London di metà anni Sessanta, con le sue mode, i suoi colori, i suoi vestiti; assetata di trasgressione ma radicata in un’Inghilterra ancora moralista e post-coloniale. Ma la vera punta di diamante del film, che lo porta ben oltre la sufficienza, è l’ottima interpretazione dell’eclettico André Benjamin, in arte André 3000, metà degli Outkast e, a quanto pare, anche ottimo attore, che riproduce alla perfezione le movenze ciondolanti e la mimica facciale di Hendrix, tra l’assente e il sognante.

Purtroppo, la ricerca di accuratezza biografica e la voglia di raccontare un personaggio a tutto tondo più che una macchietta – intenti di per sé lodevoli, sia chiaro – tendono a trascurare gli aspetti più esuberanti del chitarrista di Seattle, e così il mondo delle droghe e dell’alcol resta relativamente fuori dal biopic, fatta eccezione per qualche sporadico episodio. Non che si rimpianga la monomania di Oliver Stone alle prese con Jim Morrison, ma forse un po’ di sballo in più avrebbe completato il quadro senza stravolgere troppo i fatti biografici.

La carenza più forte deriva però dal fatto che il film racconta un periodo in cui non esistono ancora Purple Haze e Foxy Lady, ma solo lunghi assoli e qualche accenno qua e là del tipo “chi vuole intendere intenda”. Niente chitarre che bruciano. Sicuramente a causa dei diritti d’autore inaccessibili (che senz’altro avranno influenzato la scelta tematica del film), si rinuncia ai brani più celebri, e paradossalmente l’unico pezzo che si sente cantare è la cover di Sgt. Pepper. Del resto, l’unico che può vantare di aver comprato i diritti d’autore di Hendrix per un film è Carlo Verdone.

Significativo il ruolo del chitarrista Waddy Wachtel, che nel passato ha collaborato con personaggi come Keith Richards, James Taylor e Jackson Browne. Nel doppiare la chitarra di Jimi ha saputo imitarne alla perfezione il sound, al limite rendendolo leggermente più pulito, e regalando anche alcuni brani della colonna sonora, tra cui una bella versione acustica di Hound Dog, che aggiungono un pizzico di personalità. Non sarà l’originale ma rende bene l’idea.

In definitiva, un film da vedere se si è abbastanza appassionati di Hendrix per amare anche il suo lato timido e introverso, e abbastanza indulgenti da ammettere che un bravo chitarrista possa sostituire i brani originali. Quelli purtroppo bisogna conoscerli prima e riascoltarseli una volta arrivati a casa, perché All Is By My Side serve più a solleticare l’interesse degli aficionados che a incuriosire i profani. Visione piacevole e ben orchestrata, ma non definitiva.

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