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Il disco inizia con Angel. La versione è piuttosto didascalica, i suoni morbidi. I corni francesi e i flauti studiano la parte per poi cedere il passo a un sax solista che si ritrova a zigzagare tra vette orchestrali di fiati, in un fluire rigoroso ma estremamente colorato. Una fusione a caldo di timbri e sensazioni insolita per il jazz da big band classico, ma che in Swengali prima e in Plays The Music Of Jimi Hendrix poi, diventerà lo stile musicale per eccellenza di Gil Evans.

Appunto, Jimi Hendrix. Così diverso da Evans eppure così simile. Il canadese è direttore d’orchestra, arrangiatore per molti “grandi” – imprescindibile il suo lavoro con Miles Davis in Birth Of The Cool, Miles Ahead, Porgy And Bess, Sketches Of Spain -, figliol prodigo di Duke Ellington ma al tempo stesso fan della contaminazione a tutto tondo. Il chitarrista è un alieno traviato dal jazz ma con le mani sporche di blues sgargiante, irrequieto, psichedelico. Due rispettabili esponenti dei groovosi Settanta, che per un attimo, all’inizio di quel decennio, sembra debbano incontrarsi per dar vita a un esperimento più unico che raro: fermare su nastro i virtuosismi del secondo incastonandoli nelle partiture umorali del primo. Da una virtuale collaborazione si passa ad un nulla di fatto, dal momento che il chitarrista di Seattle muore nel settembre del 1970, trasformando un possibile passaggio epocale della storia del jazz in uno dei tanti What if.

Nonostante tutto, Evans non rinuncia all’idea di adattare al pentagramma i ritmi ingovernabili della poetica di Hendrix. Nel giugno del 1974 mette insieme una band di diciannove elementi – chitarra elettrica, synth, piano elettrico, corni, tra gli altri – e decide di portare sul palco della Carneige Hall alcune riletture del catalogo del chitarrista americano. Il risultato tuttavia è insoddisfacente, colpa di una location poco adatta al carattere deciso delle amplificazioni e della cacofonia stordente generata dall’affastellarsi disordinato dei numerosissimi strumenti. Un caos imbrigliato solo pochi giorni dopo in sala di incisione, quando la truppa riesce finalmente a dare forma a quel substrato di suoni nei sette passaggi del disco in questione.

La versione originale conta soltanto due brani arrangiati da Gil Evans: Castles Made Of Sand e Up From The Skies. Gli altri sono il risultato del lavoro di Tom Malone si, proprio quel Tom Malone, alla tromba nei The Blues Brothers -, Warren Smith, Howard Johnson, Trevor Koeler e David Horowitz. Arrangiamenti jazz sullo stile del maestro, naturalmente, ma che traspirano funk e black music da tutti i pori. Dalla già citata Angel si passa a una versione di Crosstown Traffic sudata come non mai, con gli ottoni strizzati oltremisura, i wah wah incandescenti e un’orgia ritmica di proporzioni devastanti martoriata da assoli di chitarra elettrica e tromba. Un sound metropolitano invadente, che trova pace solo negli undici minuti e trenta in cui si amalgamano Castles Made Of Sand e Foxy Lady, e nei dieci minuti e quaranta di una Up From The Skies swingante come non mai.

Il lato B apre con 1983 – A Merman I Should Turn To Be, il pezzo forse più sperimentale di tutto il pacchetto, con i sintetizzatori e le chitarre chiamati a costruire uno scenario quasi spacey che nelle successive Voodoo Chilee Gypsy Eyes diventa fango free del mississipi in salsa black e un battere violento degli ottoni su ritmi sincopati.

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