Recensioni

L’arresto delle politiche di espansione economica verificatosi durante gli anni Ottanta aveva gettato l’Irlanda in uno stato di profonda crisi. Le cause furono sostanzialmente due: inflazione e disoccupazione giovanile. Non c’erano più posti di lavoro, le grandi imprese fallivano, e la ripresa del decennio precedente finì per scontrarsi con una realtà durissima, di ragazzi depressi, scoraggiati che cercavano fortuna all’estero. Da fuori arrivavano però gli impulsi alla cultura, come la musica, uno strumento accessibile per distrarsi dai problemi; lo sa bene John Carney, il regista irlandese che nel 2006, senza budget e con attori non professionisti, girò Once, pellicola indipendente dal sapore dolce e amaro sull’incontro tra un cantautore e una ragazza madre, per poi tornare dietro la macchina da presa con Tutto può cambiare (2013), commedia musicale ambientata a New York con le star Mark Ruffalo e Keira Knightley.

La musica è di nuovo al centro del racconto cinematografico in Sing Street: l’anno è il 1985, siamo in piena recessione, e il sedicenne Conor vive a Dublino con i genitori in preda a un imminente divorzio e una situazione finanziaria piuttosto drammatica. Per fare qualche taglio alle spese, Conor viene trasferito in una scuola pubblica cattolica dal sistema rigido e arretrato, dove diventerà vittima dei bulli ma conoscerà anche Raphina, la bellissima ragazza che ogni giorno sosta davanti ai cancelli dell’istituto che cercherà di conquistare formando una band. Come avrete notato, il presupposto narrativo di Sing Street è assai semplice, articolato nelle dinamiche classiche del teen movie (adolescente emarginato si invaghisce di una coetanea in un contesto avverso), un film nel quale la nostalgia di un’epoca, gli anni Ottanta della pop culture e delle mode stravaganti, si intreccia ad una forte tematica sociale; a questo va aggiunto il contributo determinante della musica, con alcuni brani originali e altri di repertorio, che è la vera spinta all’azione, all’emancipazione e al sogno del protagonista, una maniera per alleviare lo spirito con risposte che vanno oltre la necessità pratica. John Carney chiude così, nella forma del revival che celebra l’età della giovinezza, una sorta di canone a tre, dopo l’indie Once e il più commerciale Tutto può cambiare, entrambi riferiti a un contemporaneo adulto e compiuto, mentre Sing Street guarda al passato per riesumare l’innocenza e la leggerezza, elementi propri dell’adolescenza.

Conor Lalor, interpretato nel film dall’esordiente Ferdia Walsh-Peelo (un incrocio tra il leader dei Joy Division, Ian Curtis, e il frontman degli Spandau Ballet, Tony Hadley), è una versione ancora più ribelle dei coetanei apparsi nei lavori di John Hughes. Il motivo è presto spiegato: ogni teenager attraversa quella fase di costruzione dell’identità, che spesso coincide con la definizione di se stessi tramite categorie o stereotipi, e se in Sixteen Candles – Un compleanno da ricordare o nel recenti Mean Girls questi cercavano la popolarità per uscire dall’anonimato, in Sing Street viene offerta una lettura alternativa alla tradizione americana. Formare una band non è soltanto un canale diretto per impressionare Raphina (“essere visto” quindi “esistere” agli occhi di una ragazza irraggiungibile) ma rappresenta una via di fuga dai problemi familiari, un’arma contro il bullismo e un’occasione di rivincita; la differenza sta nel rifiuto del conformismo, di cui la musica è il manifesto per eccellenza (non a caso il genere di riferimento è la new wave).

D’altronde c’è sempre stata un’enorme distanza tra Stati Uniti ed Europa, espressa dal modo in cui parte della società recepisce un certo stimolo culturale: Carney parla dei figli di un paese in crisi aggrappati al senso civile della musica (le rime di Conor sono proteste al sistema, oltre che romantiche poesie d’amore) e all’evasione dalla realtà, Hughes invece lasciava tutto ciò sullo sfondo, perché era impegnato a raccontare di adolescenti prigionieri del proprio malessere, dimenticati dalle famiglie, insomma incapaci di reagire alle sollecitazioni esterne. Un’ulteriore discrepanza evidente tra Sing Street e il teen movie americano degli anni Ottanta è la classe di provenienza dei personaggi, con il sottoproletariato dell’Irlanda nel 1985 povero in canna opposto alla medio-alta borghesia di Chicago. Sulla scena è risolto da immaginari grafici precisi e la strada diventa il luogo dell’anima (rimando visivo ai due precedenti lavori del regista), sinonimo di povertà ma anche di un contatto immediato con le persone. Tra i sobborghi di Dublino e la spazzatura del mondo circostante, Conor trova la sua Molly Ringwald, bella e inquieta come una canzone dei Cure, e Carney incide una tappa fondamentale del genere teen contemporaneo interpretando, meglio di tanti altri, lo spirito dell’adolescenza e l’euforia del primo amore.

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