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«I happen to like New York, I happen to love this town / I like the city air, I like to drink of it / The more I know New York, the more I think of it»: cantava così Bobby Short nella sua nota versione di un classico scritto da Cole Porter nel 1930 ed entrato poi di diritto nel Great American Songbook. Con il suo leggerissimo e sognante pianoforte, in grado di ricreare nella mente le luci della città che non dorme mai, questa reinterpretazione risale agli anni Settanta ed è stata registrata durante uno dei suoi numerosi live al famoso Cafè Carlyle dell’Upper East Side di Manhattan, dove molti jazzisti e cabarettisti continuano tutt’oggi ad esibirsi ogni sera; tra questi c’è anche Woody Allen con la sua New Orleans Jazz Band e, sebbene possa sembrare una semplice casualità, I Happen to Like New York è stata usata dallo stesso Allen in apertura al suo Misterioso Omicidio a Manhattan (1993).
Usando il brano di Cole Porter in uno degli episodi della serie antologica Amazon Modern Love, il regista e sceneggiatore irlandese John Carney si rivela estremamente consapevole del fatto che non si possa prescindere dall’inconfondibile immaginario newyorchese a cui il cinema ha contribuito alla sua creazione, diffusione e standardizzazione. Lo sapeva bene già Rob Reiner quando portò nelle sale Harry, ti presento Sally (1989), brillante commedia dall’ironia alleniana che sancì il legame creativo tra le due regine della commedia anni Novanta, Meg Ryan e la sceneggiatrice (e poi regista) Nora Ephron; seguirono film come Insonnia d’amore (1993) e C’è posta per te (1998), le cui risoluzioni non avrebbero avuto lo stesso impatto visivo se non fossero state ambientate sulla cima dell’Empire State Building o negli scorci romantici di Riverside Park. E a proposito di Tom Hanks, spalla romantica della Ryan nelle due pellicole sopracitate, è perfettamente congeniale la sua presenza in The Terminal (2004) di Steven Spielberg: anche in questo caso il film trova la sua potenza narrativa proprio nel far coincidere il Santo Graal del protagonista con i grattacieli della Grande Mela, tra le cui pareti si nasconde il compimento di una vecchia promessa dalle armonie jazz (ovviamente).
L’evoluzione di una commedia tipicamente newyorchese (un vero e proprio sotto-genere) è da appuntare all’anno in cui Woody Allen ha riscaldato lo skyline in bianco e nero di Manhattan con le febbricitanti note della Rhapsody in Blue di Gershwin (Manhattan, 1979). È nato un modus operandi tale da inquadrare alla perfezione quella che si potrebbe definire una new yorker way of life, ramificata tra grandi opportunità lavorative, sogni da realizzare, coincidenze fortunate, musica jazz, architettura, letteratura, nevrosi, psicologi, ironia, sarcasmo e tanto romanticismo; senza dimenticare poi il costante riferimento alle spettacolarità statunitense più tradizionale, quella dei grandi teatri di Broadway e dei piccoli e fumosi locali interrati (della cui Arte ne ha parlato magnificamente la serie – sempre Amazon – The Marvelous Mrs. Maisel). In un certo senso, pur provenendo dal vecchio continente, anche Carney è riuscito a integrarne la lezione e lo aveva già fatto intuire nel suo primo lungometraggio realizzato in America Tutto può cambiare (2013), una semplice storia d’amore e musica in mezzo ai rossastri edifici del Greenwich Village. Cosa c’è di più newyorchese di una rubrica sul New York Times in cui si raccolgono le testimonianze amorose degli abitanti della City? Simile al modo con cui era nata la serie HBO Sex and the City (Candace Bushnell, la scrittrice dell’omonimo romanzo, aveva uno spazio sul New York Observer), Modern Love germoglia su una selezione di quelle storie, alcune più riuscite altre meno, come nella maggior parte delle antologie di cui si può avere memoria.
Il più ispirato è sicuramente il terzo episodio, Prendimi come sono, chiunque io sia. Dopo aver terminato un’improvvisa coreografia di gruppo nel parcheggio di un supermercato, la raggiante Lexi (Anne Hathaway) si ricompone e dice: «Non siamo mica in La La Land». Pur trattandosi degli scherzi della sua immaginazione, derivati da un disturbo bipolare che le fa vivere i giorni sì all’interno di un ipotetico musical dai connotati swing, questa stilettata al film di Damien Chazelle è un tentativo ironico non solo di riportare il genere nel suo luogo d’origine, ma di continuare a mantenere nettamente separate la narrazione della West Coast e quella della East Coast. Basti vedere la diversità delle tematiche: in La La Land si ragionava sulle perdite causate dalla fama, cosa tipica dei racconti ambientati nell’assolata Los Angeles, mentre l’episodio ragiona sulla complicata ricerca dell’amore quando ci si sente o ci si trova soli, condizione alimentata dalla struttura multiforme di New York (avvolgente, cosmopolita ma alienante). Discorso simile vale anche per il pilot Quando il portiere è il tuo migliore amico, in cui la stralunata Maggie (Cristin Milioti) si rifugia nei consigli del suo portiere (Laurentiu Possa) per combattere le peggiori delusioni d’amore, combinate alle pressanti aspettative genitoriali, l’essere pronti all’altro ma non a sé stessi e l’arrivo involontario di un neonato. Questa storia ha un significato proprio perché ambientata nel centro di Manhattan, dove la maggior parte degli appartamenti sono custoditi nei grattacieli con ampie hall: «Fai silenzio New York!», urla il portiere per non far svegliare la bambina appena nata della protagonista, reputando la città, nei suoi rumori da traffico e da cantiere, un essere vivente completamente autonomo.
Dato che si racconta dell’oggi e non di un tempo passato, Carney ha optato per un intelligente compromesso tra quello che la commedia newyorchese è stata e quello che è diventata. Come in un matrimonio tra persone che non hanno più niente da raccontarsi, e per cui si cercano regole da condividere nel rispetto dell’amore che fu (quarto episodio, Riunirsi per tenere vivo il gioco, con i superbi Tina Fey e John Slattery), la serie si crea un proprio campo da gioco dai confini espansi, così da contenere pure quelle sperimentazioni sul genere appartenenti al mondo della cinematografia (e serialità) indipendente. Raccogliendo in parte gli elementi della meno patinata Brooklyn di Noah Baumbach (anche lui debitore di Allen) o degli strati suburbani della serie HBO Girls, Modern Love non è solo un viaggio nelle moderne forme dell’amore. Proseguendo con gli episodi aumenta la sensazione di assistere alle numerose declinazioni della commedia newyorchese degli ultimi decenni, in un sunto che nella sua semplicità, attualità e onestà trova un enorme pregio; è esemplare la colonna sonora, un variopinto e ispirato mix di artisti storici (Bobby Short, Django Reinhardt, Erroll Garner, Ahmad Jamal) ed altri appartenenti all’alternativa contemporanea (Gas Coombes, Goldfrapp, Cat Power, Robert John Ardiff).
Certo è che il momento dello smascheramento arriva sempre, e il personaggio “tutto apparenza” di Sophia Boutella ne sa qualcosa (quinto episodio, In ospedale, una parentesi di lucidità). I più scettici si potranno sentire raggirati dall’ostentata veridicità delle situazioni mostrate, arrivando a chiedersi se esiste veramente qualcuno che si esprime per fastidiose frasi-fatte come lo sviluppatore di app interpretato da Dev Patel (secondo episodio, Quando Cupido è una giornalista indiscreta). A quel punto allora, per scacciare dalla mente qualsiasi dubbio e godersi con spassionato interesse questo “piccolo” progetto all-star di Amazon, è bene ricordarsi che a New York tutto è possibile, almeno nella sua centenaria e ottimistica rappresentazione su schermo. «I like the sight and the sound and even the stink of it».
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