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C’è un atto politico nel balbettare, nel rifiutare la linearità imposta da un mondo che corre troppo veloce per ascoltare. Questo sembra volerci dire JJJJJerome Ellis, musicista e poeta che vive in un monastero in Virginia su terre ancestrali dei popoli Nansemond e Chesepioc. Nella sua opera artistica la balbuzie non è un’afasia ma una feritoia, uno spazio di possibilità dove il tempo si dilata e il significato si espande. In Vesper Sparrow, suo secondo disco uscito per Shelter Press, trasforma questa “imperfezione” in liturgia sonora, utilizzando la sintesi granulare come uno specchio tecnologico della propria voce: frammentare per ricostruire, spezzare il flusso per abitare ogni singolo grano di suono.
Laddove un pioniere come Alvin Lucier cercava di “levigare” le irregolarità della propria balbuzie lasciando che le frequenze di risonanza di una stanza divorassero la parola fino a renderla puro drone astratto, Ellis compie qui un percorso inverso: non cerca la sparizione nel suono, ma la presenza nell’interruzione. La balbuzie non viene cancellata dall’ambiente, ma diviene ambiente essa stessa: attraverso la sintesi granulare l’artista esplode la sillaba inceppata trasformandola in una nube di micro-suoni in cui l’ascoltatore è invitato a entrare.
Il precedente lavoro, The Clearing, era a tutti gli effetti un manifesto della poetica di Ellis all’interno di una personale “politica del tempo”: riappropriarsi delle pause in una società che esercita in maniera pervasiva e subdola un controllo anche attraverso la pretesa di efficienza, regolarità, velocità. Chi, in questa “crononormatività”, si muove diversamente – più piano, a zig zag – viene emarginato, escluso, ghettizzato. Da qui la necessità di aprire uno spazio metaforico nel flusso del discorso attraverso la balbuzie: una radura nel bosco (clearing, in inglese) come quelle in cui gli schiavi afroamericani – anche loro derubati del proprio tempo, finanche della loro storia – si nascondevano dagli occhi del padrone per riposarsi e riappropriarsi della preghiera, della comunità e del proprio briciolo di tempo.
Questo nuovo lavoro è un’immersione materica in una trascendenza che non ha nulla di etereo, ma è radicata nella terra e nella storia. La suite Evensong, spina dorsale dell’album, costruisce un ecosistema dove il sassofono corre e trafigge pareti di dulcimer, nastri manipolati e tentazioni trip-hop. Questi movimenti agiscono come i sipari di quella stessa metaforica radura teorizzata nel precedente disco, facendo da cornice (due in apertura, due in chiusura) al cuore del lavoro.
Savannah Sparrow e Vesper Sparrow, le due tracce centrali, rappresentano così il picco confessionale, accentuato da una produzione che lascia intatta la grana della voce anche quando questa si spezza o inciampa. “Why should I feel discouraged?” si chiede Ellis nella title track, con un timbro roco che galleggia su violini rovesciati e un malinconico pianoforte blues. Perché mi dovrei sentire demoralizzato? La domanda resta sospesa, senza risposta, in una tensione che non si risolve mai del tutto, ma anzi annega in una coda drone. In Savannah Sparrow, invece, l’organo, il sassofono e i modulari cercano un calore comunitario, un gospel per macchine e fiati che dialoga con lo spirito di un Pharoah Sanders pacificato come nella sua ultima opera e con la luminosità di Beverly Glenn-Copeland e Laraaji.
È un disco sugli “interregni”, su quei vuoti tra una sillaba e l’altra che solitamente ci mettono a disagio e che qui, invece, diventano luoghi di resistenza. In un presente cinico e accelerato, Vesper Sparrow ci invita a un ascolto radicale, a trovare il sacro nell’attesa e nell’errore. Ellis non cerca la perfezione formale, ma la verità dell’istante, ricordandoci che la musica è prima di tutto messaggio, cura, e – perché no – comunità. Un lavoro prezioso, che usa il silenzio non come assenza, ma come spazio per un nuovo inizio.
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