Recensioni

7.2

Li davamo decisamente e definitivamente per persi i bostoniani Neptune alla luce di un silenzio più che decennale. Rotto sì da qualche uscita diciamo minore – un 10”, qualche uscita digital-only, una cassetta limitata – ma piuttosto rumoroso dato che nel corso del primo decennio dei 2000 il trio era uno dei nomi più chiacchierati dell’underground. E a ragione, visto che Gong Lake del 2008, Silent Partner del 2011 e msg rcvd del 2012 erano album che ponevano al centro del suono dei Neptune un orizzonte che andava dai This Heat più disgregati alla dimensione più materica del noise/math-rock, passando per le follie arty dei Liars e una decisa caratterizzazione (non solo sonora) diy a partire dalla strumentazione autocostruita partendo da scarti e materiali di risulta (seghe circolari a mo’ di percussioni, chitarre assemblate in acciaio, elettronica cheap, ecc.). Facile intuire perché ne parlassimo in termini di “novelli Tetsuo” (qui una datata ma attuale intervista) visto l’equilibrio tra un suono a metà tra il metallico/meccanico e l’umano.

Ora i tre del nucleo originario (Jason Sanford, già con gli E dell’ex Come Thalia Zedek, Mark William Pearson e il rientrante Daniel Paul Boucher) tornano a unire le forze e a pubblicare questo disco inatteso che non sorprende o spiazza come un tempo ma nemmeno delude, anzi, proprio grazie all’alternanza di improvvisazione e composizione, due traiettorie che i primi Neptune usavano anche in quantità corpose, così come dei momenti vuoto/pieno tra passaggi quasi statici e sfuriate noisy, oltre che delle indagini sul versante più (ehm) canonicamente elettronico.

A leggere parrebbe un album troppo dispersivo, invece il bello è che in Play Some Music suona tutto estremamente coerente: la cavalcata tribal/minimal-psych di Yesterday’s Face, in cui sembrano materializzarsi gli spettri dell’avanguardia inglese più deragliante dei primi anni ’80, i clangori post-industriali di Enter H- che riesumano certe atmosfere witchy dei Liars, i synth cosmico-alieni-rumoristi di #41 e #42 a corona del disco, il noise-rock pachidermico di rprii sono lì a dimostrare come certi suoni, certe formazioni siano totalmente repellenti al concetto di moda, di autoreferenzialità, di accondiscendenza ma che abbiano immolato la propria carriera alla ricerca sonora.

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