Recensioni

Reunion che fanno rumore sui media. Reunion che fanno rumore sui dischi. Tanto rumore in tutti e due i casi. Solo che c’è rumore e rumore… Nulla contro le prime intendiamoci: preferiamo solo – di gran lunga – le seconde. Dal ritorno dei nostri amati basilischi (ricordavamo nella vecchia recensione di Goat che il monicker Jesus Lizard viene dal nome popolare di alcuni rettili del genere Basilicus in grado di correre sull’acqua) non aspettatevi siti crashati, code per la coda, dynamic pricing, meme a go-go né milioni di post sui social (giusto i nostri) né articoli sui quotidiani, sui rotocalchi o al telegiornale. Però per quei quattro metaforici gatti che siamo e forse un po’ più di quattro (sarà contento David Yow che i felini li adora…), è qualcosa di tanto importante.
Fare rumore beninteso per i Jesus Lizard è un’idea che va messa in prospettiva per non cadere nel cliché o addirittura nell’equivoco: il loro noise, di cui Duane Denison ha dato una definizione ancora più bella e calzante a dire il vero: art rock played more aggressively and in a stripped-down manner, era sì crudo ma formalmente evoluto, tanto da confinare con il mondo post-hardcore e addirittura post-rock. Confinare senza sconfinare letteralmente, almeno per quello che riguarda il post-rock, anche se una certa osmosi con gli Shellac – che parte dall’eredità comune dei Rapeman – darebbe molto a cui pensare e di cui scrivere. Una bestia selvaggia, sempre, di una bestialità anche un po’ mathematica – implicita in certi frazionamenti e combinazioni ritmiche soprattutto in metri composti: scrivi pure un pezzo che si chiama My Own Urine e fallo cantare a un crooner in preda a un attacco di follia, però vedi di suonarlo in 9/8…
Già il comporre per “temi” strumentali più che per strofa-ritornello – racconta David Wm. Sims in The Jesus Lizard Book, il libro sulla band che abbonda di aneddoti ma pure di curiosità tecniche – poneva i JL in un’area singolare, in una zona di affluenza tra correnti cruciali del rock chitarristico americano anni ‘90 (potremmo citare anche il “grunge” considerando alcuni riff oltre al celebre singolo split con i Nirvana) – nonostante l’anima da sudisti incalliti su cui i quattro hanno spesso giocato uscisse perversamente allo scoperto.
Solo il passaggio alla Capitol li avrebbe portati verso qualcosa di più convenzionale, forse alla ricerca inconscia di quel posto al sole che sembrava poter toccare a tutti ma proprio a tutti quando le multinazionali andavano a caccia di band indipendenti nell’abbacinato interregno post-Nirvana. Ma anche con una diversa produzione (non più Steve Albini) e con qualche piccolo accorgimento per darle più appeal (quelli provati in Shot e Blue), la materia sonora dei Jesus Lizard restava e resta tuttora incommestibile per la massa: troppo abrasiva e contorta, troppo ispida, troppo fragorosa e insieme troppo intricata nonostante qualche hook grezzo e cafone ci cascasse a fagiolo (pensate a Puss). Troppo in tutti i casi.
Ma non esiste quel troppo per la cerchia di aficionados che hanno celebrato il ritorno live qualche anno fa (il concerto di Bologna del 2009 fu a suo modo memorabile, un’occasione eccezionale per chi se li era persi prima) e sono stati felici di sapere di nuovi concerti e dell’uscita del primo album dopo ben ventisei anni. La formazione originale è di nuovo al completo, manca Steve Albini alla consolle ma avrebbe dato la sua “benedizione” a David Yow. Dicendo così: «Dude, are you guys recording another record? People will just shit themselves!»
Non da farsela sotto ma un po’ di paura c’era da parte nostra. A grandi ritorni rispondono grandi aspettative e anche grandi apprensioni. Sentirli suonare fiacchi e invecchiati sarebbe stato un colpo al cuore – una delle ultime incrollabili certezze musicali venuta miseramente a cadere. Non è così grazie a Dio – e grazie soprattutto ai quattro: Yow, Denison, Sims e McNeilly. I primi assaggi di Rack avevano fugato già parecchi dubbi. Hide and Seek, prima botta non indifferente: anche da anziani i JL suonano con la foga di una hardcore band, la cattiveria di un gruppo metal (le mazzate che picchia McNeilly sono terrificanti) e l’agilità di un ballerino di boogie-woogie (Sims in particolare con quel suo mobilissimo basso). Moto(R): altro rock and roll al vetriolo, altro brano d’assalto con i giri contati. Alexis Feels Sick: ritornano le partiture maniacali di Goat, con Denison che accomoda sulla giostra il Keith Levene di Metal Box, il Greg Ginn di Slip It In e il Miles Davis di Big Fun e… il Duane Denison di Goat. Ovviamente, senza suonare una nota più del necessario. Che cosa vuoi rimproverare? Il pizzico e, anche di più, di autocitazione in Alexis… a un certo punto arriva Dudley! e se ne accorgono tutti, però i chitarristi maturi, come i poeti, rubano e rubano anche da sé dopo aver sgraffignato da Miles un quid di Great Expectations. Però va bene così finché lo fanno con tanto stile.
L’ascolto completo è una conferma di quelle potentissime vibrazioni. A onor del vero la band “matura” di oggi in cui tutti hanno i capelli bianchi o grigi suona un po’ più lineare e pulita rispetto a quella ancora giovane e tarantolata dei dischi Touch and Go. A tratti addirittura con un cantante quasi “normale”, nel senso che Yow canta – parola forte e provocatoria lo sappiamo in questo caso, però dovuta. Non il farfuglio psicotico di Head che ci piaceva e inquietava tanto: un vero canto che in Armistice Day, un lungo blues-rock su cadenze moviolate quasi melvinsiane, ricorda addirittura Neil Young (!), e poi accenna delle melodie (!), un talking addirittura posato (nella slintiana What If?). Che è successo? Niente di particolare, non è proprio una novità. La produzione e il mix di Paul Allen danno sì più preminenza alla voce rispetto alle vecchie registrazioni Touch and Go fatte con Albini. Ma Yow rispolvera il vecchio registro delirante non appena c’è da aggredire.
Ovvero, nella stragrande maggioranza dei trenta minuti abbondanti di Rack. Se Grind e Lord Godiva rappresentano proprio la quintessenza di quell’art-rock suonato con violenza noise e spinto da un perentorio swing a base funk e jazz – pure sbalestrati da una furia omicida come ai vecchi tempi (a proposito, vale la pena di ascoltare i Jazzus Lizard e rendersi conto di quanto poco cambino gli originali farne un tributo in chiave jazz) –, la seconda metà dell’album contiene una sequenza di pezzi sempre più hardcore per concetto e per forma oltre che per intensità, da Falling Down e Dunning Kruger a Is That Your Hand? e alla più bizzarra Swan the Dog, una novelty tex-mex quasi alla Calexico armonizzata con il tritolo.
Aspettarsi il contorsionismo tutto strappi di Head, la sequenza di devianti capolavori di Goat e l’esplosività di Liar sarebbe stato chiedere la Luna. Ma di tutti i dischi “terrestri” che potevamo immaginare questo è il più vicino allo spirito originario del quartetto e alla sua storia. Un disco che non lascia quasi respiro ed è superiore a molte delle ultime cose che i Jesus Lizard ci avevano lasciato tempo fa – degno successore anche se a debita distanza del trio delle meraviglie di inizio capoverso. Pretendere di più da una rentrée e da degli splendidi ultrasessantenni sarebbe stato da pazzi. Chissà se avrà un seguito: se così non fosse Rack sarebbe anche un commiato degno di cotanta band (cosa che Blue era molto meno).
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