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8.6

Il basilisco piumato, nome scientifico Basiliscus plumifrons, detto anche basilisco verde o basilisco crestato, è un rettile originario dell’America centrale. Se vi capita di incontrarlo in una delle vostre esplorazioni tropicali (vabbe’, si fa per dire, soprattutto di questi tempi… al limite lo vedrete a Quark), osservatelo con attenzione: potreste assistere a un vero prodigio della natura. Guardatelo qui, come sgambetta a pelo d’acqua. È grazie al movimento particolare e alla conformazione anatomica delle zampe posteriori. Appunto per questa sua capacità “miracolosa” e letterale di camminare sulle acque, in Costarica chiamano il basilisco piumato lagarto Jesucristo, la “lucertola Gesù Cristo”, nientemeno; in inglese, Jesus Christ lizard. E se c’è un gruppo rock che di movenze rettili e di equilibri impossibili tra forze della natura si intendeva invero molto, era un complesso di texani trapiantati a Chicago che si chiamava, guarda caso, Jesus Lizard.

Per parlarne bisogna prima prendere un pochino di rincorsa. Riavvolgiamo il nastro all’indietro. Si parte dagli Scratch Acid – ammirati e presi a modello da gente come Nirvana e Soundgarden, tanto per citare due nomi a caso. Un solo album, Just Keep Eating, in mezzo a due EP. Personale preferenza per il primo, omonimo, del 1984 (lo trovate comunque insieme a tutto il resto nell’antologia finale The Greatest Gift): il più teso ed esasperato, che ha ancora addosso tutta la furia hardcore insieme a quel sentore perverso di blues che farà il trasbordo alla stazione successiva. Sciolti gli Scratch Acid, nel frattempo approdati a Chicago alla corte di Touch and Go, il bassista David Wm. Sims e il batterista Rey Washam diventano la sezione ritmica dei Rapeman di Steve Albini per tutta la (breve) durata di quell’avventura. Ma Sims porta a Chicago anche il cantante del vecchio gruppo, David Yow. I due si mantengono in contatto con una vecchia conoscenza del giro di Austin, il chitarrista Duane Denison dei Cargo Cult (gruppo guidato dall’ex cantante dei Big Boys, Randy “Biscuit” Turner, e autore di un unico disco, piuttosto interessante, sintomatico di una curiosa terza via tra hardcore e new wave). Sono loro – Sims, Yow e Denison – a gettare le basi di un nuovo progetto, inizialmente soltanto di studio, e a registrare l’Ep d’esordio, con questa line-up a tre ancora provvisoria e l’aiuto di una drum machine.

Pure (1989) è già abbastanza a fuoco per quanto ancora incompleto. Dalla sua ha buoni pezzi e idee originali. Manca ancora, però, di un tassello utile a completare davvero il quadro. L’innesto del bravissimo batterista Mac MacNeilly in vista di un tour in Europa è proprio quello che occorre. È grazie alla sua formidabile trazione posteriore se il gruppo trova l’equilibrio per mettere in pista una delle sezioni strumentali più efficaci dell’intero panorama post-hardcore-noise americano – tignosa come i Big Black, dinamica e fantasiosa come potrebbero esserlo dei Fugazi cresciuti nel Sud degli USA anziché a Washington – a cui si aggiunge un vocalist espressionista ed esagitato, una personificazione delle peggiori nevrosi della provincia americana. Creatura bizzarra quanto prodigiosa, i Jesus Lizard, proprio come quella da cui prendono il nome.

Tutto questo lo dimostra già Head (1990), mentre il secondo LP Goat, uscito in un 1991 peraltro prodigo di dischi epocali, può essere considerato il vertice della produzione del quartetto (senza nulla togliere almeno a Liar e, perché no, pure a Down). In trenta minuti trenta di orologio Goat scatena una sorta di tempesta perfetta per il mix inossidabile che mette in campo, tra ferocia espressiva e acume tecnico. Perfetta perché ogni strappo, ogni pausa, ogni cambio di tempo, ogni derapata sonora è orchestrata in modo strategico in un gioco di pieni e di vuoti, di incastri e stop & go assolutamente magistrale.

Partiture che sono dei veri thriller, in cui l’inferno attende solo di scatenarsi per un’esplosione improvvisa o un insostenibile accumulo di tensione. Quella tensione insostenibile che monta lentamente nell’iniziale Here Comes Dudley: grande protagonista qui è il basso ostinato di Simms che suona una sorta di Peter Gunn al rallentatore e innesca i contrattacchi ingegnosi di batteria e chitarra – mentre la voce è al solito quella dello squartatore (o dello squartato) della porta accanto…. O l’iper tensione che esplode in Mouth Breather – dove la chitarra spara e rispara un riff smozzicato in più parti che è una vera rasoiata armonica – e si taglia con una lama altrettanto affilata in Nub (qui c’è una slide guitar che suona semplicemente mostruosa e disumana, più industriale che blues: i vertiginosi glissati di Denison somigliano ora a un trapano in azione, ora a una sirena antiaerea). La tensione, sempre, che diventa insostenibile in Seasick, lo psicodramma degli psicodrammi di Yow: anni di malcanto aberrante sul registro più grottesco dei Captain Beefheart o dei David Thomas lo hanno reso uno dei vocalist più inquietanti sulla faccia della Terra, ma qui riesce persino nell’impresa di rendere omaggio a un altro dei suoi grandi ispiratori, il Nick Cave dei Birthday Party, suonando più ansiogeno ancora (!!!). Annaspiamo tutti terrorizzati insieme a lui, alla deriva, mentre sta per affogare.

All’escalation di questi primi quattro pezzi si accoda Monkey Trick, che traspone subito però il discorso su un altro piano: da uno scarto di Then Comes Dudley Sims inventa un’altra figura ipnotica delle sue, e pur con tutto il retrogusto bluesy, il gruppo suona già con un piede in un campo di nuove idee, da cui sta per germogliare il seme del post-rock chitarristico americano (da ispiratore a ispirato, Steve Albini sta in consolle e prende magari qualche futuro appunticino per i suoi encomiabili Shellac). Nonostante le continue sfuriate sonore e le esecuzioni perennemente sul filo del rasoio, anche gli ultimi pezzi tra la dualità esasperata di Karpis (raffinatamente psicotica, con qualche tratto quasi sonicyouthiano) e di Rodeo in Joliet, lo sclero psychobilly di South Mouth e le convulsioni continue di Lady Shoes, fanno di tutto questo teatro della crudeltà anche un interessante laboratorio di forme per l’indie rock a venire.

Un esempio per tutto il cosiddetto noise-rock – non solo noise, ma rock per la struttura che ancora conserva memorie post-punk ma anche blues, boogie, addirittura jazz. Trattando una materia affine a quella degli Swans, dei Cows, delle bande della Amphetamine Reptile o della stessa Touch and Go (Killdozer), dei piallatori newyorchesi Unsane, i JL ne distillano fuori, insieme agli umori e agli istinti bradi da punk che più marcio non si può, anche una mentalità (e una maniacalità) formale che sarà propria di tutto il variegato universo del post/math rock – con la predilezione spinta per le soluzioni armoniche e ritmiche di una certa raffinatezza, che una volta si sarebbe detta “progressiva”.

Oltre al carattere ispido e scorbutico, insomma, i JL condividono con la lucertola “Gesucristo” anche la capacità di compiere “miracoli”, in senso strettamente musicale. Anche se di quelli che non ti assicurano la stairway to heaven ma ti portano dritto lungo una funambolica highway to hell – con annesso viaggio al termine della notte tra le nefandezze più inconfessabili della suburbia americana. In ogni caso, mai nome fu più adatto per una band.

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