Recensioni

Con gli Alice Tambourine Lover non è questione di originalità: il loro è blues piuttosto basale con evidenti retaggi folk e voglia di seguire la corrente (elettrica) che conduce nell’irrequieto pelago psych. Il punto è come lo vivono e lo esprimono. La sensazione è che se lo respirino la notte e lo mastichino fin dalla colazione. La formula non si discosta di molto da quella dell’esordio Naked Songs: lei (Alice Albertazzi) e lui (Gianfranco Romanelli), già assieme negli Alix, la cantante col vizio dei tamburelli ed il chitarrista vorticoso, l’irrequietezza ruspante e misteriosa del Delta ed il lirismo onirico di stampo bretone, impeto che non sbraca mai nell’effettistica aggratis e interpretazione che sa la ricetta per lasciare il segno.
C’è semmai una più spiccata attitudine all’astrazione, alle pennellate che suggeriscono (stra)visioni, ma il terreno è quello ed il razzolarvi è godibile. Si tratti di un boogie sferzante con la polpa ironica (Temptation), d’una malìa folk angelicata (Falling Deep Inside), d’impetuosi minimi termini hard psych (Between The Cup And Lips), di tenerezze rugginose (Dreams Slip Away) o di certe efflorescenze acide come un tempo ne sbocciavano nel praticello di PJ Harvey (The Sweet-Smelling Road). E’ una combinazione che sorprende per il senso di robusta naturalezza, ma occhio alle varianti perché bastano già gli interventi dei pur apprezzabili ospiti speciali – Patrizia Urbani (dei bolognesi Miss Patty & The Magic Circle) ed il teutonico Conny Och, voci principali rispettivamente in Rainy Rainy e Gipsy Mind – perché tutto suoni un filo troppo ordinario, come se s’incrinasse un incantesimo che – non me ne voglia il bravo Romanelli – mi sembra debba ascriversi principalmente alla bella personalità della Albertazzi.
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