Recensioni

Nostalgia canaglia. Gli anni Dieci del ventunesimo secolo (e per adesso i Venti sembrano seguire esattamente lo stesso trend) verranno probabilmente ricordati come il decennio della retromania e della riproposizione di topoi, soggetti e franchise tra i più amati da quella generazione che – a cavallo tra gli anni ’80 e i ’90 – si trovava in quella fase intermedia tra infanzia e adolescenza. Marvel Cinematic Universe a parte, i grandi studios si sono fatti in quattro pur di ripristinare quella magia spielberghiana del racconto avventuroso, quell’estro di alcuni prodotti comici che hanno fatto la storia del cinema e quella scintilla che univa spesso parecchi membri di uno stesso cast d’ensemble.
Così abbiamo avuto la scalata al successo di gente come J.J. Abrams e Joe Cornish con il loro personalissimo ritorno a quell’epoca magica per chiunque si accingesse a entrare nel buio di una sala cinematografica: Super 8 e Attack the Block sono probabilmente gli esempi più illustri di tutto il filone prodotto dalla retromania ed anche gli unici che al loro interno non contengono solamente un campionario di citazioni e riferimenti, ma anche la precisa volontà di partire dal passato per arrivare a un futuro nuovo (si potrebbe citare anche Quella casa nel bosco di Drew Goddard, non a caso collaboratore per Abrams).
Sfortunatamente, quei due esempi succitati non hanno costituito alcun modello di riferimento per le pellicole a venire appartenenti allo stesso filone; al contrario, hanno dato il la a una serie di epigoni vuoti ma dalla confezione scintillante (è il caso dell’amatissima Stranger Things, o dei successivi adattamenti di It di Stephen King), anche questi memori della lezione della Amblin Entertainment (la casa di produzione di Steven Spielberg) ma privi di quella magia che era invece il motore principale dell’azione dei prodotti di casa Spielberg (non solo I Goonies ma anche Gremlins o, per sconfinare nell’horror, Poltergeist).
Accantonata quindi l’idea di un reboot (dopo il fallimento di critica di quello al femminile), Columbia Pictures decide di assecondare Jason Reitman (figlio dell’iconico regista anni ’80 Ivan Reitman) e la sua idea di seguito di Ghostbusters. Il giovane regista figlio d’arte che, nel frattempo, si è fatto un nome con una carriera di tutto rispetto (dall’esordio con Thank You for Smoking al successo di Juno, passando per Tra le nuvole e Young Adult fino al più recente The Front Runner) ha sempre avuto nel cassetto il sogno di realizzare un proseguimento di quella storia raccontata per la prima volta dal padre e di cui fu anche uno dei volti (da piccolo appare in Ghostbusters II) e il fulcro di tutta la narrazione non poteva non essere l’effetto nostalgia, essendo ormai passati oltre 30 anni dall’ultimo capitolo del franchise. Ecco allora tornare il villain del film originale, Gozer il Gozeriano, attraverso un portale spaziodimensionale presente in una piccola località dell’Oklahoma e una narrazione che prende il via dall’ultima, coraggiosa missione di Egon Spengler. E qui sta probabilmente il colpo al cuore di tutta l’operazione.
Ghostbusters: Legacy – con un titolo italiano che per una volta appare più calzante di quello originale che fa “Afterlife” – parla appunto del concetto di eredità, oltre che di quello più ovvio di aldilà. Non solo eredità di un lavoro che qualcuno doveva pur portare a termine, ma di un franchise che ha sempre avuto nella dinamica del suo team e dei suoi attori il vero punto di forza. Preso atto dell’impossibilità di concentrare un intero film su un gruppo di Acchiappafantasmi ormai settantenni, Reitman decide di spostare l’obiettivo su una nuova generazione di appassionati e protagonisti. Per farlo è necessario rimuovere lo scheletro della commedia figlia del Saturday Night Live che stava alla base di Ghostbusters e innestarne uno più filodrammatico ma pregno di ironia e sarcasmo grazie all’inserimento di nuove situazioni e personaggi, più l’ovvio gancio alle attuali generazioni di streamer (con l’inserimento nel cast di Finn Wolfhard, che già aveva indossato una tuta da Acchiappafantasmi in Stranger Things).
Infine, cosa ancora più importante, Ghostbusters: Legacy è una lunga e appassionata lettera d’amore verso Harold Ramis, figura cardine del franchise e co-autore della sceneggiatura del film originale del 1984 insieme a Dan Aykroyd, prematuramente scomparso nel 2014. Non è solo il commiato di un pupillo (Reitman) verso una figura centrale nella sua famiglia, ma anche quello di un intero gruppo (Murray, Aykroyd, Hudson) a un amico ancor prima che a un collega. Rischia pochissimo Reitman, con la consapevolezza di voler consegnare al proprio pubblico un prodotto soddisfacente sotto quasi ogni aspetto e che accontenterà sia le nuove che le vecchie generazioni di spettatori, ma forse era l’unico modo per resuscitare i Ghostbusters nell’era contemporanea.
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