Recensioni

Si era detto, dopo l’annuncio del casting della “nuova” Lara Croft, che tra Angelina Jolie e Alicia Vikander non ci fosse confronto. Effettivamente, vedendo questo reboot del franchise di Tomb Raider ci fa piacere confermarlo: il paragone non sussiste, dal momento che l’attrice svedese trapiantata in Inghilterra e ormai lanciatissima verso ruoli raffinati, mostra nel film una determinazione tale nell’aggredire la scena e una volontà così evidente nel mettersi in gioco che la collega americana non ha mai nemmeno sfiorato (almeno nei due precedenti capitoli della serie tratta dal noto videogioco). La differenza appare abissale, tanto nella conformazione fisica – d’altronde la Vikander è un peso leggero – quanto nella maniera in cui le due rappresentano la figura dell’eroina action. Perché, se all’inizio degli anni Duemila il cinema di intrattenimento aveva assorbito un’idea femminile di cui la Jolie era l’immagine perfetta – femme fatale di ghiaccio e prorompente nelle forme – oggi è ugualmente accettata la possibilità che la protagonista di un blockbuster non debba essere per forza sexy, invincibile, bellissima, alienata dal nostro mondo. Al contrario, le nuove correnti editoriali ammettono che queste “eroine per scelta” siano fragili, dubbiose, in definitiva più umane.
Il riavvio di Tomb Raider si posiziona naturalmente in coda ad un rinascimento rosa nel genere action, lo stesso dove troviamo i recenti Red Sparrow, Wonder Woman, Atomica Bionda, Ghost In The Shell, Hunger Games, Alien e, perché no, anche il feroce Elle con la deliziosa Isabelle Huppert (che action non è, ma a chi importa?), di certo fagocitato dalle questioni politiche dei movimenti a favore delle donne e del loro ruolo nella società. C’è comunque dell’altro, ed è troppo poco purtroppo, nel film diretto da Roar Uthaug (un norvegese alla sua prima produzione americana), che come in ogni racconto delle origini che si rispetti segue senza particolari deviazioni narrative, o stilistiche, il percorso drammatico della bambina che diventa donna. Attraverso il superamento dei propri limiti – qui soprattutto fisici ma dissimulati con lo spirito combattivo – e il viaggio motivato dalla scoperta delle proprie radici.
Di certo quel primo atto girato a Londra, con Lara che corre in bicicletta fra baracche che emanano profumi speziati e i grandi palazzi specchiati dell’economia, resterà la parte più riuscita e suggestiva; non per la fascinazione del luogo, visto identico in mille altre pellicole, ma per come questo caratterizza il personaggio fuori dall’ambiente esotico in cui ognuno si sarebbe aspettato di trovarla (isole, giungle e caverne arriveranno puntuali a condire secondo e terzo atto). Una volta disinnescata la trama, è allora che Tomb Raider naufraga – metaforicamente e realmente – su territori già ampiamente esplorati da pellicole ben più robuste dal punto di vista registico, coreografico e narrativo.
Alicia Vikander – sporca, sudata e spettinata, che rimbalza da un rottame di un aereo giù tra le fronde degli alberi e prende a calci il cattivo di turno (il sempre bravo Walton Goggins in un ruolo purtroppo piatto e stereotipato), è la vera pietra preziosa nonché mistero risolto di un film che dimenticheremo in fretta fino al prossimo capitolo (annunciato puntualmente nel finale). Ciò non toglie che se approcciato con leggerezza e consapevolezza della fonte originale, Tomb Raider risulterà un divertissement indicato per passare in tutta comodità due ore del proprio tempo, anche grazie a un buon dosaggio del ritmo narrativo interno, quasi del tutto privo di punti morti.
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